Il centrosinistra lo tiene in vita mettendoci quattro spicci, la fondazione Cro ha smesso di sostenerlo da tempo, una parte del centrodestra aveva addirittura pensato di chiuderlo, il mondo imprenditoriale non sa neanche che esista. Ad Orvieto c’è un bene, anzi un asset come si dice oggi, che costa 40 mila euro all’anno di soldi pubblici e produce ricchezza nell’economia locale per almeno un milione e 200 mila euro. E’ il Centro studi. Perchè nessuno si sveglia?

Lo hanno considerato per anni un problema ed è invece il motore potenzialmente in grado di far riprendere una parte significativa dell’economia orvietana, soprattutto quella della rupe. Parliamo del Centro studi, la grande occasione di sviluppo di cui nessuno politico locale è ancora riuscito a cogliere per davvero le notevoli prospettive. In principio fu Ingegneria delle Telecomunicazioni a far sognare la città di poter vantare un piccolo ateneo. Era l’epoca dei decentramenti degli atenei regionali sui territori e Ingegneria lo era dell’analoga facoltà di Perugia, all’epoca in cui c’era ancora l’Itelco e, quindi, la prospettiva virtuosa di fare formazione in sinergia con quella che era stata la quarta aziende al mondo nei sistemi di trasmissione. Poi venne il decreto del ministro Fabio Mussi che imponeva alle sedi decentrate di pagarsi da sole i docenti ed il Comune di Orvieto valutò di non potersi più permettere oltre 200 mila euro all’anno per questa attività.

 

Il decentramento finì in quel modo. In mezzo ci sono stati vari vicissitudini, legate alla costosissima sede nell’ex ospedale, un contenzioso con una cooperativa sociale per lavori di pulizia mai pagati da oltre 400 mila, la tentazione del centrodestra di chiudere tutto a causa del quasi esaurimento totale del fondo di dotazione dell’omonima fondazione da cui il Centro studi dipende. Per fortuna, alla fine si decise di salvarlo.  Da qualche anno il Centro è ripartito bene, concentrando la propria azione sull’ospitalità riservata ad un gruppo di università americane che vi tengono corsi semestrali di perfezionamento. In prospettiva ci sono praterie in cui cavalcare che comprendono anche il settore della formazione privata che non è ancora stato preso in considerazione. Next ne parla con il presidente Matteo Tonelli.

Ci può fornire un pò di cifre sul Centro studi? Quanti sono gli studenti che attualmente lo frequentano?

Prima di tutto è utile distinguere tra le presenze ormai consolidate degli studenti americani e le presenze che invece sono il risultato di attività formative a carattere residenziale direttamente realizzate dal Centro Studi. Nel 2018 gli studenti americani sono stati complessivamente circa 500, che ripartiti tra i due semestri e le summer school portano una presenza diffusa sull’intero anno di un minimo di 80 studenti fino ad un massimo di quasi 200 nelle summer school. Poi soprattutto negli ultimi due anni si sono aggiunte le presenze dei corsi residenziali promossi dal Centro Studi, che nel 2018 hanno fatto rilevare presenze significative per una durata che può andare dai due giorni per gli eventi formativi del Cersal, alle due settimane dei 30 partecipanti al corso di pittura della Nyaa fino alle 6 settimane del corso “Tecnico dell’accoglienza” di inizio 2018.

Quali sono le vostre fonti di finanziamento e come possono essere stimate le ricadute economiche a favore della città?

La principale fonte di entrate continua ad essere fornita dalle quote versate dalle università Usa per l’uso degli spazi e dei servizi del Centro Studi. Fino a tre anni fa questa era praticamente l’unica fonte di entrata, oggi le attività proprie del Centro Studi forniscono circa il 40% delle entrate totali, ma il nostro obiettivo è quello di invertire questa proporzione aumentando le entrate da attività realizzate e gestite direttamente da noi. Sul fronte dei contributi istituzionali, il Comune negli ultimi 4 anni ha versato una quota di 20 mila annui e la Regione negli ultimi 2 anni altri 20 mila annui riservati alle attività del Cersal. E’ difficile fare un calcolo preciso dei benefici che il Centro studi porta alla città sotto il profilo delle ricadute economiche, visto che la permanenza ad Orvieto degli studenti americani, che da molti anni costituisce per quanto riguarda il Centro studi la parte preponderante dell’apporto economico alla città, è gestita direttamente dagli atenei statunitensi tramite i rispettivi rappresentanti in Italia, e noi non abbiamo conoscenza dell’esatto valore economico. Volendo però fare una stima attendibile si può ragionevolmente parlare di una ricaduta economica direttamente generata dalle complessive presenze presso il Centro Studi da 1,2 a 1,5 milioni di euro spesi ad Orvieto ogni anno. Se poi si volesse sviluppare questa cifra annua con il metodo moltiplicatore generalmente applicato per la stima dell’impatto economico della ricchezza prodotta, la cifra di cui sora va moltiplicata per due volte e mezzo: dai 3 ai 3,7 milioni di nuova ricchezza generata ad Orvieto ogni anno.

Quali sono gli elementi che attualmente possono frenare la crescita del Centro?

Forse è troppo scontato dire che sono le risorse limitate a frenare la corsa del Centro Studi, ma banalmente è proprio questa la prima criticità. Oggi il Centro Studi anche grazie alle professionalità che ne fanno parte a vario titolo, Consiglio di Amministrazione e Consiglio Scientifico in aggiunta alle competenze dello staff, ha delle enormi potenzialità che spesso restano inespresse o rallentate dalla scarsità di risorse che tra l’altro non ci consente di investire sulle risorse umane come sarebbe invece necessario per una crescita programmata e strutturata. Ricordo soltanto che molte delle nostre attività sono frutto del volontariato di noi membri del CdA e del Consiglio scientifico e questa condizione non può avere natura strutturale. La seconda criticità altrettanto importante, e collegata strettamente alla prima, è la scarsa consapevolezza della Città che ancora non conosce o peggio ancora manifesta scarso interesse per quello che il Centro studi rappresenta per la collettività, e mi riferisco a tutte le espressioni della Città ad iniziare da chi direttamente o indirettamente trae il giusto beneficio dalla nostra attività. Prima ho dato dei numeri, stimati ma più che verosimili: basterebbe che una piccolissima parte di questa ricchezza ritornasse a beneficio del Centro studi per creare un circuito virtuoso di incremento delle sue attività, che a loro volta produrrebbero altra ricchezza per la città.

Ritiene che, nel rapporto con l’ateneo perugino, la fase dei decentramenti debba essere ritenuta chiusa per sempre?

Sulla possibilità di decentramento non posso esprimermi perché sono scelte che evidentemente sono dettate dalla politica dell’Ateneo, ma comunque per quanto a mia conoscenza la scelta del decentramento sembra non essere più perseguita in generale. Per quanto ci riguarda posso affermare che l’Università di Perugia, che come è noto ha una presenza significativa nel Cersal, guarda con grande attenzione al Centro Studi tanto è vero che ha deciso di tenere proprio ad Orvieto un “Master specialistico di secondo livello” in collaborazione con lo stesso Centro Studi.

In quali settori prevedete di sviluppare la struttura nel futuro? Forse si può lavorare sul fronte della formazione aziendale?

Sono vari i settori della formazione sui quali si potrebbe utilmente lavorare per lo sviluppo, e quello della formazione aziendale certamente è uno di questi. Abbiamo cercato però di sviluppare un percorso progettuale privilegiando temi specifici di formazione, prima di tutto per non disperdere in troppi rivoli risorse ed energie limitate e nel contempo cercando di mettere a frutto nel miglior modo possibile le relazioni e gli accordi che abbiamo stretto con partner prestigiosi. I programmi di sviluppo consistono in alta formazione nel campo della salute globale con il Cersal, del restauro con Palazzo Spinelli, della lingua e cultura italiana con la Scuola Dante Alighieri, ed infine ma non ultimo nel settore della formazione in campo digitale con la gestione del DigiPass di prossima apertura.

Quale è stata la progressione del Centro studi negli ultimi cinque, sei anni in termini di attività, gestione e ricadute economiche per la città?

Questo sarebbe lungo da descrivere perché il Centro studi di oggi è una cosa completamente diversa da quello che era cinque o sei anni fa, provo a sintetizzare in una battuta: cinque anni fa abbiamo preso un relitto, oggi lo abbiamo messo in condizione di iniziare un lungo viaggio.

Claudio Lattanzi