Il palazzo che gli orvietani costruirono nel 1297 in piazza Duomo in onore del papa Bonifacio VIII ha una storia interessante che è collegata allo sviluppo  dello straordinario  potere territoriale e politico acquisito da Orvieto nel corso del tredicesimo secolo, barcamenandosi con grande successo tra le mire personali dei papi, tra i potenti vicini come Firenze e Siena e le ambizioni di spregiudicati feudatari disposti a tutto pur di ampliare la propria influenza.

 Papa Bonifacio, al secolo Benedetto Caetani, era un uomo di potere che utilizzò il suo pontificato per raggiungere l’obiettivo principale che si era prefisso, cioè di incrementare quanto più possibile i possedimenti della sua famiglia in uno scontro frontale contro i suoi nemici che, in Italia furono soprattutto la famiglia Colonna e alcuni ordini ecclesiastici e, all’estero, il re di Francia Filippo IV. Della sua complessa strategia per accumulare nuovi possedimenti e ricchezze seppe approfittare il Comune di Orvieto.

Il punto di collegamento tra Orvieto e Bonifacio VIII è rappresentato dalla nobildonna Margherita Aldobrandeschi, erede della grande contea di Maremma da sempre contesa tra Siena, Orvieto e i papi. Margherita, personaggio affascinante, ma incapace di guidare con mano ferma l’esteso territorio di cui era diventata signora alla morte del padre Ildebrandino, ebbe ben cinque mariti e tutti i suoi matrimoni furono intrecciati e motivati con la questione ereditaria. Quando Margherita divenne effettivamente erede unica di quell’immenso patrimonio esteso dal monte Amiata fino al mare, si scatenarono gli appetiti di Orvieto e di Benedetto Caetani che non era ancora papa, ma nutriva fondate speranze di poterlo diventare nel giro di poco tempo. Caetani aveva vissuto ad Orvieto come membro della Curia e a Todi. Il Comune di Orvieto, vedendo che dal conclave perugino non emergeva il nome di alcun papa dopo tanto tempo, pensò bene di porre in essere un colpo di mano per riprendersi tutta la Val di Lago, cioè il lago di Bolsena tranne la zona sottoposta al controllo di Montefiascione,  attraverso un’operazione militare e mettere il futuro pontefice di fronte al fatto compiuto. I politici orvietani sapevano che, all’interno del conclave, ad avere le maggiori possibilità di succedere al debole Celestino V era l’ambizioso e sfrenato Caetani.

Vennero presi contatti e si stipulò un accordo segreto in virtù del quale, se Caetani fosse diventato papa, la sua famiglia si sarebbe vista riconoscere i diritti conquistati nel frattempo con la forza sulla Val di Lago. In cambio, Orvieto si sarebbe adoperata per aiutarlo ad impossessarsi delle terre aldobrandesche. Benedetto Caetani era stato infatti nominato, da papa Nicola IV, esecutore testamentario di Margherita. La sua autorità e competenza legale lo avevano fatto diventare tutore della nobildonna che era in realtà pronto a tradire alla prima occasione utile. Questa occasione avrebbe dovuto essere offerta dal matrimonio tra un suo nipote e Margherita che era nel frattempo rimasta vedova di Guy di Monfort. L’accordo venne stipulato nel corso di una riunione segreta svoltasi a Viterbo tra Caetani ed alcuni emissari del Comune orvietano.

Con questo patto segreto in mano, gli orvietani scatenarono la loro potenza militare ai danni di Bolsena. Era la primavera del 1293 quando un esercito formato da molte truppe dei paesi assoggettati mise sotto assedio il paese lacustre, facendo anche un vasto uso di micidiali catapulte, denominate trabocchi ed ampiamente usate anche nell’assedio di Acquapendente. La città capitolò e la stessa sorte toccò agli altri Comuni; solo Acquapendente resistette all’assedio. Dopo alterne vicende, Orvieto era riuscita finalmente a riprendere il controllo di quello che era stato il suo primo territorio di espansione. Il piano però non andò esattamente per il verso auspicato. Benedetto Caetani sperava sempre di poter far sposare Margherita ad un proprio parente, ma il tutore della nobildonna era successivamente diventato il cardinale Napoleone Orsini. Inutile dire che anche quest’ultimo perseguiva l’interesse personale di mettere le mani sui feudi della Maremma. Il cardinale bruciò sul tempo Caetani e fece sposare Margherita a suo nipote Orsello Orsini. Divenuto papa ed avendo visto sfumare l’accordo con Orvieto, Bonifacio VIII sfogò la sua indignazione contro la città di Orvieto che venne scomunicata.  

A rivelare l’accordo segreto è un atto ufficiale di 1295 quando Orvieto invitò il papa a mantenere la parola data nell’incontro di Viterbo. L’ira del papa era enorme e minacciò Orvieto di revocargli ogni diritto sul contado se non avesse restituito alla Curia la Val di Lago. Bonifacio ritirò il clero e il vescovo dalla città e minacciò anche gli orvietani di una confisca totale delle loro proprietà nel caso che avessero osato non obbedire. Gli orvietani si rifiutarono inizialmente di sottostare alle richieste del papa. Ad un certo punto però si iniziò a lavorare ad un accordo con il papato in base al quale si sarebbero potuti restituire al papa sia Bolsena che Grotte, ottenendo in cambio l’impegno della Chiesa a tassare tutti gli altri paesi della Val di Lago a favore di Orvieto. Bonifacio si preoccupò come sempre del proprio tornaconto personale, prendendo tempo e concedendo la revoca dell’interdetto ad Orvieto solamente nel momento in cui suo nipote Roffredo ufficializzò il proprio fidanzamento con Margherita Aldobrandeschi.

Il via libera che Bonifacio VIII concesse ad Orvieto riconoscendo la legittimità del suo controllo sulla Val di Lago segnò la sua riconciliazione con la città ed uno straordinario tributo di devozione che gli venne accordato dal Comune in occasione della sua visita e del suo soggiorno in città nel 1297. Per accogliere degnamente l’illustre ospite, contro il quale si era in realtà ingaggiato per anni un cinico scontro di opportunismi e convenienze reciproche, non si badò a spese. Vennero organizzate giostre ed effettuate le ristrutturazioni degli edifici. Statue raffiguranti il papa vennero erette sulle porte della città tra cui le due che sono ancora visibili a porta Maggiore e alla vecchia porta Rocca, sotto la fortezza Albornoz. Il Comune lo nominò inoltre Capitano del Popolo. Il momento più solenne del soggiorno ecclesiastico in città fu rappresentato dalla canonizzazione di san Luigi nella chiesa di san Francesco e nella celebrazione in pompa magna della prima messa pontificale nel duomo a cui parteciparono migliaia di persone.

Bonifacio pretese anche un dono sostanzioso che si concretizzò nell’avvio della costruzione di un grande palazzo a lui dedicato nella piazza del duomo, oggi conosciuto come palazzo Soliano, ma nel Medioevo denominato il “Palazzone”. Il possente edificio aveva al secondo piano un unico ed imponente salone in cui era collocato il trono papale. Possiamo solo immaginare la soddisfazione che deve aver provato in cuor suo questo uomo avido ed assetato di ricchezze nel vedere una città piegarsi al suo comando mentre si compiaceva di aver messo finalmente le mani sul dominio aldobrandesco, coronando così un decennio di intrighi e macchinazioni nel corso dei quali il potere spirituale era stato piegato a soddisfare gli appetiti sconfinati della famiglia Caetani.

 Il declino di Bonifacio avvenne con il famoso episodio passato alla storia come lo schiaffo di Anagni. Filippo il Bello accusò il papa di sodomia, di aver assassinato Celestino V, di aver negato l’immortalità dell’anima e anche di aver costretto alcuni sacerdoti a rinnegare il segreto confessionale. Il papa riparò ad Anagni, nel suo feudo, per preparare una bolla di scomunica contro Filippo, ma il palazzo venne assaltato da una folla che era stata sobillata da Sciarra Colonna, esponente della famiglia nemica giurata dei Caetani a cui si era unito il giurista del re di Francia, Guglielmo di Nogaret. In questa circostanza, Nogaret avrebbe schiaffeggiato il papa con il suo guanto di ferro. Fortemente provato da questa bruciante umiliazione, il papa morirà poco tempo più tardi. Era l’11 ottobre del 1303. Un particolare curioso è rappresentato dal fatto che quando Filippo il Bello intentò il processo per simonia contro Bonifacio, nel procedimento giudiziario si citarono espressamente le statue con la sua effige che si era fatto erigere ad Orvieto.  Fortemente provato da questa bruciante umiliazione, il papa morirà poco tempo più tardi. Era l’11 ottobre del 1303.

Pur avendo tributato grandi omaggi a Bonifacio VIII, il Comune di Orvieto non ebbe mai nei suoi confronti un atteggiamento né coerente, né leale. È lecito ritenere che lo sfarzo con il quale la sua venuta era stata accolto in città nel 1297 non fosse nient’altro che una strategia di opportunismo nei confronti di un personaggio così potente e nei confronti del quale l’unico sentimento era quello della convenienza in funzione del vero obiettivo che animava costantemente le istituzioni orvietane, ovvero proseguire ed ampliare le conquiste territoriali. Quando Bonifacio era al culmine della sua potenza, Orvieto si piegò di fronte a lui come canna al vento, manifestando quel servilismo di totale sottomissione che il  Caetani tanto agognava; non appena l’autorità del papa venne messa fortemente in discussione, l’ambizioso e scalpitante Comune si comportò come l’asino che scalcia il leone morente. Cinismo, viltà e ricerca del proprio tornaconto furono le stelle polari a cui si ispirò Orvieto nel rapporto con questo potente e pericoloso interlocutore.

Bonifacio VIII si servì di Orvieto nel 1302 per cercare di prendere il controllo delle terre di Maremma, mettendo fuori gioco Margherita Aldobandeschi. Il papa aveva convinto Orvieto a muovere guerra contro la nobildonna. In cambio, Orvieto avrebbe avuto il controllo del contado della contessa. Infatti gli orvietani conquistarono Pitigliano. Alla fine, il papa prese il controllo di quella zona della Maremma, ma non appena ad Orvieto si sparse la voce dell’oltraggio di Anagni, il Comune deliberò un’azione militare verso il contado aldobrandesco, prevedendo di concedere agli abitanti di quelle terre gli stessi diritti dei cittadini orvietani. Quando poi seppero che il papa era stato liberato, gli orvietani cercarono di fare marcia indietro, spaventati dalle possibili ritorsioni. Vennero spedite lettere diplomatiche alla curia. Dopo poche settimane però, Bonifacio passò a miglior vita e allora il Comune sferrò senza più esitazioni l’attacco al contado maremmano, conquistandone tutti i castelli. La morte del papa comportò anche l’interruzione dei lavori di palazzo Soliano, destinato per molti anni ad essere utilizzato solamente come deposito di materiali in funzione del cantiere del Duomo.

Claudio Lattanzi, tratto dal libro “Orvieto nel Medioevo. Ascesa e declino”. Intermedia Edizioni

https://www.intermediaedizioni.it/libri/892-orvieto-nel-medioevo-ascesa-e-declino-di-claudio-lattanzi.html