Considerato il più grande ladro di libri antichi dell’ultimo secolo, ha scontato due anni in carcere e cinque agli arresti domiciliari. Arrestato nel 2012, è un uomo libero dalla settimana scorsa quando il periodo di detenzione è terminato in anticipo per buona condotta.

Il quarantaseienne De Caro ha ottenuto incarichi di prestigio ed è diventato punto di riferimento per uomini politici di peso come l’ex ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan che lo aveva messo alla guida della storica biblioteca napoletana dei Girolamini da cui erano scomparsi migliaia di libri. La sua incredibile carriera era iniziata ad Orvieto dove ha vissuto per anni e frequentato le scuole pur essendo nato a Bari. Ad Orvieto ha fatto il consigliere comunale per il Pds, il collaboratore parlamentare dell’ex senatore Carlo Carpinelli ed il membro del consiglio d’amministrazione dell’Opera del Duomo ed è stato recentemente indagato anche in relazione alla sparizione di preziosi documenti dall’archivio dell’Opera. “La procura di Terni ha chiesto l’archiviazione della mia posizione per la vicenda dell’Opera-dice-nel 2005 appena nominato ho fatto numerare e firmare  i manoscritti. Io ho comprato i manoscritti nel 2008 dal conte Valentini che mi ha rilasciato regolare ricevuta di vendita. Non potevo sapere che venivano dall’Opera visto che erano già stati presi prima che io fossi nominato. Altrimenti, con le confessioni che ho fatto per cose ben più importanti avrei detto del furto all’Opera. Tra l’altro culturalmente saranno importanti, ma sul mercato quello che mi hanno preso non arriva a 3000 euro. Ovviamente nei manoscritti che io ho fatto numerare non mancano pagine, per cui è ovvio che sono stati presi prima”. Poche settimane fa è uscito un libro dedicato al personaggio De Caro e alla sue geste. Si intitola “Max Foxo o delle relazioni pericolose” e l’ha scritto Sergio Luzzatto.

A Stefano Lorenzetto del Corriere della Sera ha anche confessato di aver tentato il suicidio.”Il 31 luglio 2018 ho tentato il suicidio. E ancora me ne vergogno. Volevo punire il magistrato che mi aveva revocato i domiciliari. In questura l’infermiere del 118 mi ha misurato la glicemia: 470, roba da coma diabetico. Nel reparto carcerario dell’ospedale ho appeso un lenzuolo alle sbarre, l’ho annodato intorno al collo e mi sono lasciato cadere. Mi hanno salvato gli agenti della polizia penitenziaria”. De Caro racconta anche la durezza del regime carcerario a cui è stato sottoposto. “In totale, ho trascorso in carcere, due anni. A Rebibbia, dove durante il periodo di custodia cautelare, ho vissuto per otto mesi, senza ragione, in una cella punitiva di isolamento-racconta- praticamente ero al 41 bis. Anche perché l’ora d’aria la trascorrevo in quella che veniva detta la ‘gabbia delle galline’, un cubo di cemento con una grata sopra e una grata che fungeva da porta di ingresso. Non potevo vedere né parlare con nessuno. Mi era stato detto che non c’era posto in carcere. Ho vissuto in tali condizioni per otto mesi, mentre il massimo di permanenza in celle di punizione, consentito dalla legge, è di due settimane. Quindi nei fatti ero al carcere duro”. Ecco alcuni stralci della sua intervista.

Quante condanne ha subìto finora?

Ho perso il conto. Un anno per il furto di una dozzina di volumi nell’abbazia di Montecassino. Un anno e 4 mesi per 30 libri presi dall’Osservatorio Ximeniano di Firenze. Un anno per gli antichi erbari trafugati dalla biblioteca del ministero dell’Agricoltura. Meglio accusarsi di un reato continuato, quando ti considerano colpevole a priori: almeno ottieni lo sconto di pena. Prima del mio arrivo, nell’istituzione napoletana mancavano 1.700 volumi su 15.000. C’era addirittura l’inventario degli ammanchi.

Quindi si sentiva autorizzato a rubare?

La Biblioteca dei Girolamini cadeva a pezzi, divorata dai tarli. Il Mibac aveva promesso 3 milioni di euro. Mai arrivati. Perciò decisi di comportarmi come la direttrice della Trivulziana di Milano, che nel dopoguerra vendette i doppioni per restaurare la biblioteca bombardata. Perché lei poté farlo e io no? Perché era vicina al Pci anziché a Forza Italia?.

Non cerchi di buttarla in politica.

È stato un reato commesso a fin di bene. A un’impresa pagai lavori in nero per 320.000 euro. Ho esibito la fotocopia di un mio assegno da 6.000 euro dell’agenzia Bnl del Senato, versato all’artigiano che disinfestò le cinquecentine.

Per quale motivo aveva un conto allo sportello bancario di Palazzo Madama?

Ero il segretario organizzativo di Coesione nazionale. Sono pure salito al Quirinale durante le consultazioni per la formazione del governo Monti.

Torniamo ai soldi

Il preposito dei Girolamini mi chiedeva: “Da dove vengono?”. E io: sono ricco. Ed era vero. Ho lavorato quattro anni per i russi. Ero vicepresidente di Avelar energy, messo lì da Jay Haft, socio americano di Viktor Vekselberg, con uno stipendio annuo da 1 milione di euro. Vekselberg nel 2006 voleva allargarsi in Italia. Gli presentai Massimo D’Alema per la sinistra e Marcello Dell’Ultri per la destra.

A D’Alema come ci arrivò?

Mia madre lavorava con sua moglie, Linda Giuva, alla Fondazione Gramsci.

Nega di aver derubato la Biblioteca Capitolare di Verona, la più antica del mondo, e il Seminario vescovile scaligero?

Per la Capitolare mi sono autodenunciato. Era il Dialogo de Cecco di Ronchitti da Bruzenedel 1605, ispirato da Galileo Galilei. Mi serviva per scrivere questi due tomi sul grande astronomo pisano». (Me li mostra). «Dal Seminario ho sottratto 14 volumi, venduti per 21.000 euro. L’unico furto per interesse. Ma erano abbandonati in uno scatolone impolverato.

E con ciò? Non erano mica suoi

Una regola scritta da Francisco Rodríguez Marín nell’Ottocento impone ai bibliomani d’impossessarsi dei libri in cattivo stato di conservazione.

L’Associazione librai antiquari la definisce “abile manipolatore di persone

In tutti i processi la Cassazione ha sancito che sono credibile nelle dichiarazioni rese contro me stesso e altri.

Nel 2016 fu arrestato per non aver pagato la spesa all’Esselunga di Verona

Metà pagata, metà no: 48 euro, mi pare. Ero ai domiciliari. Stavo alla cassa quando mi telefonò l’assistente sociale. Soffro di attacchi di panico e uscii a prendere aria. Un vigilante mi prese per il collo. I filmati della videosorveglianza dopo 24 ore erano già stati cancellati.

È sicuro di non essere cleptomane?

Sono sicuro di esserlo per i libri. Una forma di dipendenza, una malattia.

Come divenne direttore della Biblioteca dei Girolamini?

Precisiamo: a titolo onorifico. Il conservatore padre Sandro Marsano sapeva che ero consigliere di Giancarlo Galan, ministro dei Beni culturali, e mi cercò. Ero stato consulente di Galan anche al dicastero dell’Agricoltura, segnalato da Dell’Utri.

Che rapporti aveva con quest’ultimo?

Mi fu presentato nel 2000 alla Mostra del libro antico di Milano da un libraio, Filippo Rotundo. Gli avrò regalato una settantina di tomi. Me ne pagò solo due, per un importo di circa 20.000 euro.

In un’intercettazione, Dell’Utri le chiede: “Massimo, fammi il prezzo”.

Non per i due volumi del Vico. Gli dissi che provenivano da un antiquario, invece erano dei Girolamini. Glieli donai.

Che cosa ottenne in cambio?

Niente. Guardi che avevo una stanza nel suo ufficio di Roma e dormivamo nello stesso hotel, l’Eden. La sera si cenava insieme. Nei weekend ero spesso ospite nella sua villa sul lago di Como.

Perché falsificò il «Sidereus Nuncius» di Galileo, pubblicato nel 1610?

Per prendere in giro la comunità scientifica. Lo feci stampare con il torchio a mano, su carta ottenuta dagli stracci per imitare la filigrana antica. C’impiegai tre anni e mezzo. Rotundo me lo pagò 150.000 dollari e lo rivendette per 450.000 a Richard Lan, un collega di New York. Lo Smithsonian Institution lo vorrebbe comprare come il miglior falso mai eseguito al mondo.

Adesso come se la passa?

La Corte dei conti vuole da me 19 milioni di euro, che non ho, per 270 incunaboli del 1400. Peccato che ai Girolamini ne fossero inventariati solo 94 e che 78 di essi risultino tuttora al loro posto. Mi hanno confiscato casa, quadri, mobili, oggetti d’arte, conti correnti.

Quindi come campa?

Sono ospite di mia madre a Orvieto. Mi passa la paghetta: 10 euro a settimana. Ma va bene così. Da nullatenenti si vive meglio. Spero di tornare a Verona da mia moglie e di riavere un lavoro.

Nient’altro?

Non voglio trovarmi mai più vicino a un libro antico. Mi faccio paura.