Con il romanzo Pao Pao, uno degli scrittori simbolo degli anni 80 ha raccontato la vita dei giovani di leva alla caserma Piave. Tra l’ assurdità delle regole in grigioverde e amori omosessuali, Tondelli offre uno spaccato della vita nel Car vista dall’interno.

 

Da:www.mangialibri.com

Fine aprile del 1980 o giù di lì. A Orvieto fa ancora un freddo cane. I “ferrei granatieri, i prodi artiglieri e i piccoli e saettanti bersaglieri” marcano spesso visita per le vesciche ai piedi e le contusioni causate dagli anfibi troppo rigidi. Lui in infermeria ci va per la sua terribile sinusite che nessuno lì in caserma è capace di curare: non ci sono inalazioni là, solo aspirina, “il pasticcone di aspirina Faaa una specie di bomba ad ogiva grande come cinquantalire”, che procura ulcere di stomaco, dissenterie e diarree. Quando suo fratello gli telefona da Pesaro per chiedere come va, lui scoppia a piangere come un bambino anche se ha ventiquattro anni. Eppure il militare per lui non è cominciato in modo traumatico, anzi. A differenza di quasi tutti gli arruolati sapeva già non solo la sua destinazione definitiva, ma anche l’incarico che avrebbe svolto: al Distretto di Modena, qualche giorno prima della partenza, una “talpa” lo ha informato che sarebbe stato un 231/A, equivalente a “caporale istruttore” e che dopo il Car avrebbe fatto un corso e sarebbe rimasto a Orvieto (Orviet-nam) senza più spostarsi. Ottima notizia, perché starsene in un Car è “abbastanza un privilegio perché non si fanno campi armati ed esercitazioni in tenda”. Inoltre ogni venti giorni “cambia completamente la fauna dei militari, arrivano i nuovi, c’è un ciclo continuo che permette di respirare un po’ e scalare i mesi con molta meno noia”…

Uscito nel 1982 in fretta e furia su pressione dell’editore Feltrinelli che voleva sfruttare l’onda del clamoroso successo di Altri libertini, Pao Pao prende il titolo dal sapore esotico da una cosa che di esotico non ha nulla, il Picchetto Armato Ordinario, cioè il servizio di difesa armata della caserma. È la cronaca semiseria – i toni a tratti ricordano i fumetti di Andrea Pazienza – di un anno di servizio militare obbligatorio (quello abolito nel 2004), svolto prima a Orvieto e poi a Roma. Qui la forma-romanzo lascia il posto a un flusso ininterrotto di ricordi intervallato da scarsa punteggiatura: la sensazione è esattamente quella di essere seduti accanto ad un amico che ha bisogno di sfogarsi e ascoltarlo per ore, concedendogli qualche sorriso di comprensione e pochi commenti qua e là, per finire a sorprendersi un po’ troppo più spesso di quel che si vorrebbe a sbirciare l’orologio. Ma non è nella struttura liquida la debolezza del romanzo: non è la forma il problema insomma, ma la sostanza. In questo racconto tutto sommato scanzonato di amori infelici e flirt senza importanza, droga, alcol e sbattimenti distribuiti lungo un anno di naja la proverbiale sensibilità di Tondelli si intravede appena, lascia il posto all’aneddotica spicciola: e gli aneddoti, ahinoi, non sono nemmeno granché. La lettura è piacevole, per carità, ma tutto è molto tiepido: chi cerca torridi amplessi gay non li troverà, chi cerca una testimonianza scottante sull’ambiente delle caserme non la troverà, chi cerca la fiamma abbagliante di una scrittura sperimentale o di dialoghi profondi non la troverà. Rimangono negli occhi e nella mente solo certi sprazzi struggenti della Roma a cavallo tra anni ’70 e ’80, una città assai diversa da quella di oggi, più plumbea e stracciona eppure più viva.