La regista Alba Rohrwacher guida la crociata contro la coltivazione intensiva dei noccioleti nell’altopiano a cavallo tra Umbria, Lazio e Toscana, ma la Confagricoltura ribatte: “Nessun rischio ambientale e interessanti opportunità per i coltivatori”.

 

Sembra l’ennesima scontro frontale tra chi si schiera a difesa dell’ambiente e chi a sostegno delle opportunità economiche. Nel caso però della battaglia che sta imperversando intorno alla possibile coltivazione intensiva dei noccioleti nell’altopiano dell’Alfina la realtà è forse più difficile da inquadrare secondo le categorie opposte di tutela contro sviluppo. Ad innescare il dibattito è stata la regista Alice Rohrwacher, nata e cresciuta a Castelgiorgio, la quale ha scritto una lettera ai governatori di Umbria, Lazio e Toscana segnalando il pericolo di una monocultura intensiva che rischia di eliminare ogni diversità agricola in un territorio molto esteso.  “Qui ho realizzato due film, Le Meraviglie nel 2014 e Lazzaro felice nel 2018. È un territorio con cui ho un legame molto intenso, un paesaggio che porto con me come una spada fatata, come un talismano.

Eppure oggi, ad appena pochi anni  o addirittura mesi di distanza, mi sarebbe difficile immaginare tali film in questo luogo. Non qui. Che cosa è successo?-dice la cineasta-ebbene, nell’ultimo anno sono stata spesso lontana da casa per motivi legati al mio lavoro, e al mio ritorno ho assistito a quello che, senza esagerare, definirei come uno dei più drastici cambiamenti del territorio da quando sono nata: un paesaggio nuovo, del tutto trasfigurato, dove campi, siepi, alberi scompaio-no per lasciar posto a impianti di nocciole a perdita d’occhio.

Niente, sia chiaro, contro le nocciole: non credo che di per sé questa sia peggiore di altre monocolture. Ma sono sgomenta di fronte alla vastità e alla pervicacia di un fenomeno che tutto ha invaso, dal bacino del lago di Bolsena all’Alfina e alla Maremma. Il cuore del paesaggio italiano si sta trasformando in una monocoltura perenne, che sta cancellando ogni cosa. Non sto parlando della somma di tanti piccoli ettari dove economie familiari investono per integrare i propri redditi agricoli ma di grandi multinazionali che plasmano e trasformano interi territori. Addirittura, molti piccoli contadini e allevatori con cui mi sono confrontata durante le riprese hanno sempre più difficoltà ad accedere alla terra per svolgere le loro attività, perché tutto il suolo fertile viene venduto a caro prezzo per questa unica grande monocoltura.Loro stessi vengono corteggiati su più fronti ad entrare a fare parte di questo processo di trasformazione con il miraggio di lauti guadagni. Sono preoccupata”.

Di avviso completamente opposto è invece il presidente della Confagricoltura orvietana, Eugenio Ranchino, uno dei più importanti olivicoltori della zona. “Demonizzare un modello produttivo che rispetta regole e normative, è certamente sbagliato. L’agricoltura moderna consente di utilizzare vari modelli produttivi che non sono in assoluto buoni o cattivi, belli o brutti, giusti o sbagliati. Semplicemente vanno utilizzati in base agli obiettivi che l’imprenditore agricolo decide di darsi, al terreno alle dimensioni aziendali, al tipo di attività che si decide di intraprendere-dice Ranchino-chi critica sembra non comprendere che organizzare o aderire a delle filiere produttive significa dare agli agricoltori delle opportunità che prima non avevano, significa investire, creare ricchezza e lavoro laddove non c’era, significa consentire ad un territorio di partecipare ad un processo di crescita economica che riguarda tutto l’indotto, quindi non solo l’agricoltore, ma anche  gli operai agricoli, i terzisti, i commercianti che mettono a disposizione i fattori produttivi.  Qui non ci sono multinazionali che comprano un territorio, ci sono agricoltori che si organizzano e strutturano per produrre un bene che ha un mercato, che verrà acquistato dall’industria agroalimentare con contratti di conferimento predeterminati istaurando una filiera interamente italiana a vantaggio di tutti. Sono state raccolte più di 2000 firme in 10 giorni su tutto il territorio orvietano per evitare che vengano apposti vincoli, condizioni, ulteriori regolamentazioni, si parlava di un parco culturale dell’Alfina, su territori vocati a determinate colture. I proprietari, gli agricoltori, i cittadini percepiscono quelle che sono le reali opportunità per un intero territorio; e la raccolta firme ne è la dimostrazione. Dal punto vista paesaggistico e ambientale stiamo parlando di piantare alberi, anzi cespugli, così come si parla di piantare viti, ulivi, si possono piantare noci, castagni ecc.; il paesaggio cambia ma non è detto che cambi in peggio. Le langhe, o le colline del Chianti sono quello che sono perché qualcuno ha impiantato vigneti qualche decennio fa”.