Liberarsi da un socio ingombrante come la Banca Popolare di Bari e imporre il protagonismo orvietano nel controllo della storica banca. E’ questa la scelta del presidente Gioacchino Messina che a Next spiega la sua strategia

 

Uscire dall’angolo e trasformarsi da preda in cacciatore.  Dopo anni di rapporti difficili con la Banca Popolare di Bari, la fondazione Cassa di risparmio di Orvieto, guidata dal commercialista Gioacchino Messina,  mostra i  muscoli, rendendo nota la propria volontà di acquisire il controllo per intero della Cassa. Una sfida che passa attraverso l’acquisizione del pacchetto di maggioranza della Cassa, pari al 74 % delle azioni, detenuto dalla Banca Popolare di Bari.  Dopo anni in cui la città era stata relegata in un angolo, adesso c’è un risveglio all’insegna dell’orgoglio cittadino nel controllo di una banca storica che, negli anni d’oro, arrivava a gestire fino al 60 % del credito del comprensorio.    Resta però il fatto che una fondazione non può acquisire per legge il controllo maggioritario di una banca.

In questa intervista a Next, Messina spiega come ci si intende muovere e perché si è ormai del tutto logorato il rapporto con la Popolare di Bari. C’è una data che ha segnato il punto di caduta tra l’istituto pugliese e la fondazione orvietana. E’  quella del 20 dicembre 2018 quando la Popolare propose  una modifica allo statuto della Cassa i cui effetti sarebbero stati quelli di far venir meno il diritto di veto della fondazione sulle scelte straordinarie, l’azzeramento dei suoi tre membri nel consiglio d’amministrazione della banca e del proprio revisore dei conti.  Un annichilimento della fondazione, ultima trincea nella proprietà orvietana della Cassa.

Presidente, da dove nasce l’idea di comprarsi la banca?

Nasce dal rapporto sempre più difficile  con il nostro socio di maggioranza con cui fatichiamo anche ad avere semplici scambi di informazioni. Le problematiche relative alla trasformazione della Popolare in società per azioni, alle quotazioni delle azioni e all’annunciata ricapitalizzazione stanno creando una progressiva incertezza e noi temiamo che tutto questo possa incidere pesantemente sulle attività, sul funzionamento e sul futuro della Cassa di risparmio. Non vogliano subire decisione di altri, ma essere protagonisti per poter continuare a difendere in maniera adeguata la banca, il personale dipendente, i risparmiatori e gli interessi di Orvieto.

 Con quali risorse la fondazione conta di compiere questa clamorosa acquisizione e come fare con lo sbarramento sulle quote di proprietà che la legge pone a carico delle fondazioni?

Siamo all’inizio di un percorso. Il valore dell’operazione dovrà essere chiarito entro breve, magari quando la Popolare ci renderà noto il bilancio del 2018 che ancora non abbiamo visto perchè l’ultimo che abbiamo è quello del 2017. Per quanto riguarda l’operazione di acquisizione, noi contiamo di poterla fare in proprio, ma anche con altri partner bancari che abbiano le caratteristiche di compatibilità territoriale e che, posso rassicurare, non mancano affatto.  Anche la regola che impone alle fondazione di un poter detenere oltre un terzo del capitale di una banca è una norma che si presta a diverse possibili deroghe. In ogni caso, saranno richieste tutte le autorizzazioni di legge.

La fondazione ha anche contestato ufficialmente la discussa operazione di collocamento delle azioni della Popolare di Bari poi svalutate, effettuata tramite gli sportelli della Cassa che tanti danni stanno provocando ai risparmiatori e ai clienti della banca.

Si è trattato di un’operazione in cui la Cassa non ha guadagnato nulla, ma nella quale ha riportato un grande danno di reputazione. Noi abbiamo chiesto ufficialmente una spiegazione di questa operazione e dell’operato messo in atto dai direttori generali della banca. Tutte le ultime operazioni effettuate dalla Popolare sono, per nostra iniziativa, al vaglio di un qualificato studio di consulenza di Milano che le sta rigorosamente passando al setaccio. La nostra iniziativa è ovviamente anche finalizzata a richiamare l’attenzione di Banca d’Italia e del Ministero delle Finanze su quello che sta accadendo ad Orvieto.

La strategia di Bari è stata fino ad oggi quella di acquisire il vostro capitale, pagandolo con le azioni svalutate della Popolare?

La Popolare di Bari, due anni fa, aveva accennato in maniera del tutto informale a questa volontà di avviare una fusione. Noi abbiamo chiesto ripetutamente spiegazioni sulle prospettive legate a questa ipotesi, ma non abbiamo mai ricevuto alcun chiarimento. Ufficialmente non possiamo nemmeno dire se le modifiche che si vorrebbero  attuare allo statuto siano finalizzate alla fusione; sta di fatto che ridurrebbero ad una posizione marginale il ruolo della fondazione e questo non possiamo accettarlo.

Esattamente la fondazione cosa cerca di tutelare?

Diciamo che difendiamo ciò che resta della “orvietanità” della banca. Abbiamo l’obbligo di tutelare la nostra partecipazione nella Cassa che ha un valore storico di venti milioni di euro, ma il cui valore di mercato non è certo aumentato sotto la Popolare nei confronti della cui gestione il nostro consiglio di amministrazione ha avanzato delle riserve in maniera ufficiale come risulta dagli atti. Noi difenderemo fino in fondo gli interessi della città, di chi ha i propri risparmi alla Cassa di risparmio, di chi è cliente della banca e di chi lavora alla Cassa. Riteniamo che l’iniziativa intrapresa ci consenta di raggiungere nella maniera ottimale questi risultati dal momento che abbiamo fatto ogni sforzo possibile, ma invano per instaurare rapporti costruttivi con la Popolare di Bari.

In precedenza avevate valutato la possibilità di dismettere la partecipazione bancaria per investire altrove?

Questa ipotesi è stata anche presa in considerazione, ma oggi non è all’ordine del giorno. Potremmo magari vendere la partecipazione ad un prezzo vantaggioso, ma a quel punto non potremmo più svolgere l’essenziale ruolo di controllo sulla Cassa. Abbiamo il dovere di difendere Orvieto.

Un altro fronte critico sono i dividendi che percepite dalla vostra partecipazione nella Cassa.

In realtà questo è il quarto anno che la fondazione non percepirà alcun dividendo. Il 2018 è stato l’anno peggiore di tutti e quest’anno la fondazione chiuderà in perdita. Per fortuna possiamo contare su un fondo di stabilizzazione che ci consentirà di erogare anche quest’anno contributi per mezzo milione di euro; cifre molto lontane da quelle degli anni d’oro quando si arriva anche ad un milione e mezzo.

Nel corso dell’ultimo periodo sono stati apportati anche drastici cambiamenti al regolamento per la concessione delle erogazioni

Si, siamo intervenuti in maniera molto decisa. Con il nuovo regolamento, le associazioni che chiedono contributi devono essere costituite da almeno due anni ed inoltre valutiamo anche il rapporto tra i finanziamenti che gli organizzatori mettono a disposizione per organizzare iniziativa di vario genere tra quelle che noi istituzionalmente siamo chiamati a sostenere e la parte di intervento economico che ci viene richiesta. Si possono presentare situazioni in cui alla fondazione viene chiesto 90 mentre il promotore ci mette 10; a quel punto è lecito chiedersi a chi appartenga l’evento che si vuole promuovere. Un altro parametro che teniamo in grande considerazione è l’effetto positivo che certi eventi possono produrre nell’interesse generale e la cui valutazione non è sempre presente da parte degli organizzatori. Più in generale, lo sforzo che stiamo facendo è quello di aprire la fondazione Cro alla città, per superare quella barriera di mancata conoscenza e a volte apertamente di diffidenza che si è spesso respirata.  La fondazione appartiene alla città e questa consapevolezza deve essere recuperata.

La fondazione dispone anche di un proprio capitale investito, a quanto ammonta?

Abbiamo un capitale che il consiglio d’amministrazione ha recentemente deciso di investire in titoli obbligazionari ed azionari dopo aver cambiato il gestore del nostro portafogli. Complessivamente si tratta di circa 45 milioni di euro. Tengo a sottolineare che abbiamo affrontato un periodo di grande difficoltà. In fondazione abbiamo proceduto ad una riduzione degli stipendi dei dipendenti e dei compensi degli amministratori del 30 %. Abbiamo praticamente azzerato tutte le iniziative che erano state intraprese nel passato e, dal 2016 al 2018, abbiamo operato risparmi sotto forma di tagli ai costi per circa 400 mila euro.