Un sodalizio di lunga data, iniziato nel campo dell’editoria e cimentato dal Psi. Giancarlo Parretti e Gianni De Michelis sono stati una coppia inossidabile.  Intervistato dal direttore de Il Tempo Franco Bechis, il finanziere orvietano ripercorre le tappe di una lunga amicizia con l’ex ministro degli Esteri appena scomparso. Molte e di alto livello le iniziative intraprese in coppia.  La famiglia De Michelis ebbe anche un ruolo nell’elaborazione del progetto per la rifunzionalizzazione della caserma Piave di Orvieto che Parretti aveva elaborato ai tempi della società Rpo.

Giancarlo Parretti fu l’ italiano che partito da Orvieto riuscì nel 1990 – sia pure per poco – a diventare padrone della Mgm, uno dei simboli di Hollywood, che scalò anche grazie a un prestito di 1.500 miliardi di vecchie lire concesso dal Crédit Lyonnais, la principale banca pubblica francese. Si disse che dietro quel finanziamento ci fosse stato l’ appoggio del ministro degli Esteri italiano dell’ epoca, Gianni De Michelis.

Parretti l’ ha sempre negato, e lo fa ancora oggi, ma la notizia sembrò credibile perché i due – diversissimi fra loro – furono sempre legati da amicizia, fin dai primi anni Settanta. Quando ieri si è saputo della scomparsa di De Michelis è stato naturale cercare Parretti, l’ unico a poterne fare un ricordo non convenzionale per quanto commosso.

Quando conobbe De Michelis?

Nel 1971, a Siracusa. Io ero vicesegretario del partito socialista locale, e lui era venuto a fare un incontro lì. Scoccò subito la scintilla, è stato come un amore a prima vista. Era di grandissima cultura, e pazzo di politica. Ma rispettato da tutti. Pensi che il presidente francese Francois Mitterand andava apposta a Venezia per discutere di politica con lui. È sempre stato un riferimento per tutti i leader per la sua intelligenza ed arguzia. Quando era presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo chiamava ogni mattina alle nove per capire le informazioni della giornata.

E con lei dopo quell’ incontro cosa accadde?

Lavorammo subito insieme e cominciammo a pensare i Diari, una catena di giornali locali che parti proprio a Siracusa, si diffuse nel Sud e poi arrivò anche a Napoli e Caserta, e salimmo fino a Padova e Venezia. Furono di fatto i precursori della catena Fine gil, e fummo anche i primi ad usare il formato che poi avrebbe utilizzato Repubblica. E infatti ne era incuriosito anche il principe Carlo Caracciolo, che una sera invitò Gianni e me a casa sua a Trastevere per farsi raccontare come eravamo partiti. Pensi che avevamo Giorgio Forattini che faceva le prime vignette e Alberto Bevilacqua che vi scriveva. Li chiamammo Diario di… perché quella era la testata portoghese su cui scriveva in libertà Pietro Nenni sotto il fascismo

E da quei Diari è nata l’ amicizia?

Si, che è durata sempre. Ci univa la politica, e io penso anche di avere avuto un peso nella decisione di Gianni di staccarsi da Riccardo Lombardi e appoggiare Bettino Craxi all’ epoca del famoso Midas. Per me era un grande privilegio stare con lui come con il fratello Cesare: imparavi sempre. Avevano grande cultura ed intelligenza. Nella famiglia De Michelis tutti erano laureati. Pensi che la mamma fu fra le prime donne a prendere la laurea in Italia….

Eppure già allora la fama di De Michelis era un’ altra: quella di essere un gran viveur, animale notturno di discoteche dove si lanciava anche in balli sfrenati.

Mah… ho visto che oggi tutti ricordano quello. Ma non era cosi vero. Lui lavorava come un matto tutto il giorno, perché si preparava sempre sui dossier prima di incontrare qualcuno, e studiava a fondo prima di parlare. La sera ogni tanto aveva bisogno di distrarre la mente. Non che facesse un granché: il più delle volte andava con il segretario del Pli, Renato Altissimo, al Tartarughino che più che una discoteca era un piano bar. Anche io ogni tanto ci andavo per rilassarmi dalla tensione di una giornata.

C’ era sempre un nugolo di belle donne intorno a lui. Non mi dica che questo gli dispiaceva.

Ah, questo non posso negarlo. Pensi che un giorno gli prestai il mio aereo privato, che era un Gulfstream. Lui non era più ministro, ma doveva andare a Mosca a un incontro e non aveva trovato posto sugli aerei di linea. Ricordo che mi chiamò il mio comandante preoccupato: “Mr Parretti, lei mi ha detto che dovevo accompagnare a Mosca il ministro De Michelis. Ma lui qui si è presentato con 13 donne, tutte bellissime”. Era quasi scandalizzato. Gli risposi: “C’ è posto a bordo? Si. E allora a te che te frega? Falle salire. Una era pure la moglie di un famosissimo giornalista.

Vabbè, non mettiamoci a fare gossip dopo tanti anni proprio oggi. Mi cita il Gulfstream: allora lei all’ epoca era presidente della Mgm?

L’ aereo era mio, non della Mgm. Ma si, ero ancora il presidente della major.All’ epoca si disse che proprio l’ amicizia con De Michelis fosse stata fondamentale per la sua scalata alla Mgm. Fu lui a racco mandarla con Mitterand per farle avere quel maxi prestito del Crédit Lyonnais? Ma no, no. Non c’ entrava nulla De Michelis. Guardi che io Mitterand lo conoscevo bene, eravamo amici. Non avevo bisogno di raccomandazioni. Primo: ero il segretario del partito socialista italiano in Francia, e mi ricordo di avere firmato di mio pugno 500 mila lettere di appoggio alla candidatura di Mitterand alle presidenziali mandate agli emigrati italiani che si erano stabiliti in Francia. Poi ero a capo di due compagnie cinematografiche francesi: la Pathé e la Canon. No, guardi. Quella scalata alla Mgm era nata tutta da una scommessa.

 Una scommessa?

Ma si, una scommessa con Gianni Agnelli ed Henry Kissinger.

Ah sì? E come nacque?

Ero a New York, al ristorante Le Cirque di Sirio Maccioni. Pranzavo solo soletto in attesa di un incontro d’ affari. Al tavolo di fianco c’ era l’ Avvocato con Kissinger che stavano discutendo dell’ interesse di Fiat per la Chrysler. Agnelli era molto cortese, e quando mi vide mi invitò al loro tavolo: “Parretti che fa? Mangia da solo. Si unisca a noi”. Parlando degli affari, si commentò la notizia appena uscita di Kirk Kerko rian che aveva messo in vendita la Mgm. Li guardai è dissi: “Scorn mettete che alla fine me la prendo io?”. Kissinger si fece una grande risata, ma non voleva scommettere, perché aveva il braccino corto. All’ Avvocato invece piacque la sfida, e sorrise all’ amico: “Henry, se vinciamo noi dividiamo. Se perdiamo pago io per tutti e due”. La persero. E l’ Avvocato onorò la scommessa.

E De Michelis davvero non c’ entrava?

Mano, lui manco sapeva quel che stavo facendo. E quando scalai la Mgm mi disse che ero pazzo. Poi certo, le cose che facevo io poi si ritorcevano contro di lui perché tutti pensavano. Come quella volta del Milan….