Orvieto dovrà presto decidere la politica ambientale del futuro

E’ come un mostro che si è addormentato tra le fessure di una valle in cui il tempo sembra essersi fermato. Orvieto, città di tradizioni storiche, culturali e religiose millenarie, solcata dalla via Francigena a metà strada tra Firenze e Roma, è circondata da un paesaggio mozzafiato. Neanche un chilometro, in linea d’aria, dal Duomo, le colline intorno alla Rupe formano un panorama dolce, fatto di insenature e calanchi che costeggiano le rive del fiume Paglia. Se a qualche chilometro di distanza, nella più civile Toscana o anche nel Lazio, le stesse insenature sono tutelate come patrimonio Unesco, dagli anni ’90, Orvieto, ha riempito quelle fessure naturali di immondizia. Una bomba a orologeria che sta già presentando il conto di una gestione scellerata e sconsiderata di un problema annoso, in tutta la regione Umbria: quello dei rifiuti.

La storia 
La zona dove interrare i rifiuti fu scelta proprio per le caratteristiche naturali dell’area dei calanchi, sulla strada che da Orvieto conduce a Allerona. Sorse lì, la discarica Le Crete, grazie alla presenza di quelle argille plioceniche e al loro altissimo potenziale di impermeabilità al percolato, il liquido che si forma quando le piogge bagnano rifiuti accatastati sotto terra: un metro di penetrazione ogni diecimila anni. Sulle ceneri di un ‘butto’ che, negli anni ’80, smaltiva 45 tonnellate di rifiuti al giorno, venne aperta la discarica Le Crete nel 1986, dopo che il Comune aveva affittato, cinque anni prima, un terreno da due ettari e mezzo. È solo a partire dal 1990 che Le Crete diventerà una discarica a tutti gli effetti, gestita dalla Sao, la società privata del gruppo Agarini a cui viene affidato l’incarico dello smaltimento dei rifiuti per 160 tonnellate al giorno. Negli anni la discarica Le Crete – un cratere artificiale di oltre 84mila metri quadrati – è stata utilizzata non solo per interrare rifiuti prodotti nella zona dell’Orvietano, ma ha accolto anche ingenti quantitativi da fuori Regione, da Perugia come da Roma e, prima ancora, da Napoli e da Milano. Nel giro di appena venti anni, il quantitativo di rifiuti conferito quadruplica. Non solo, nonostante le battaglie portate avanti con tenacia, dall’associazione Amici della Terra, oggi la battaglia è per ridurre i conferimenti al minimo e scongiurare un nuovo ed ulteriore ampliamento, quello verso il terzo calanco.

Il business dei rifiuti 
Se dopo l’ennesima emergenza rifiuti a Napoli, nel 2003, grazie anche alla trasformazione della tipologia di discarica da 2A, atta allo smaltimento dei soli rifiuti solidi urbani a 2B, per lo smaltimento di rifiuti speciali e di Rsu provenienti da altre province, in città inizia il tran tran di camion che, dalla Campania, invadono con la loro puzza le strade che portano a Le Crete. L’accordo siglato con la Regione Umbria prevede lo smaltimento di oltre 20 mila tonnellate di immondizia. In realtà i rifiuti smaltiti saranno sei volte tanto e sarà la magistratura che, nel 2004, dopo aver apposto i sigilli alla discarica, darà il via a un processo che non si concluderà mai e che porterà in prescrizione i vari reati ambientali ipotizzati. Oltre al danno, la beffa. I soldi per lo smaltimento della monnezza di Napoli non verranno mai pagati – fino almeno al 2018 – ma la Sao, ormai sotto controllo da parte di Acea, acquista la discarica nel 2006 con la possibilità di smaltire i rifiuti speciali e con un piano di adeguamento già approvato. Possono esserci finiti, quindi, nei calanchi, residui di vernici, adesivi, collanti, esiti della lavorazione dei metalli, della plastica, rifiuti da incenerimento provenienti da tutto il territorio nazionale, così come previsto dalla convenzione firmata tra Sao e Ato. 

Il problema dei rifiuti 
Dopo il primo ampliamento della discarica, nel 2011, con l’apertura del nono gradone e del nono bis, la battaglia per far chiudere la discarica da parte degli attivisti, che vede schierati in prima fila gli Amici della Terra, si scontra con la volontà della Regione Umbria alle prese con emergenze continue, su tutto il territorio regionale, di voler sfruttare al massimo le potenzialità di quelle discariche non ancora esaurite né bloccate dai sigilli delle varie inchieste in corso. Un Piano dei rifiuti, quello regionale, fermo ormai a più di 10 anni fa che mal si concilia con gli obiettivi indicati dall’Unione europea di ridurre i conferimenti in discarica a non più del 10%. E’ per questo che, ad oggi, la partita è ferma dinanzi alla giustizia amministrativa dopo che, in conferenza dei servizi, con il parere favorevole dell’ex sindaco Giuseppe Germani, è stato avallato il piano di ‘rimodulamento’ della discarica dopo la bocciatura dell’ampliamento presentato da Acea nel 2014 da parte dell’allora Soprintendente architetto Stefano Gizzi che aveva parlato di un ‘parere negativo insuperabile’ a cui era seguito il voto contrario e unanime da parte del consiglio comunale. Così come è ferma quella mozione, approvata ormai 2 anni e mezzo fa in consiglio regionale, per utilizzare il georadar in discarica e capire quali tipi di rifiuti, negli anni, sono finiti dentro al primo calanco, prima che un’emergenza, anche sanitaria, possa esplodere. 

Il futuro 
«In questo momento stiamo buttando risorse in discarica», commenta Taira Bocchino, presidente della sezione orvietana degli Amici della Terra. «Nel 2019 – prosegue –  in una regione che non arriva neanche a 900.000 abitanti, si continuano a gestire i rifiuti in maniera tribale buttandoli in un buco. La discarica de Le Crete è una bomba ecologica inserita in un contesto naturale e sociale, non dimentichiamoci che a confinare con i calanchi stracolmi di chissà quali rifiuti ci sono le zone di produzione del vino Orvieto doc. Mancano i dati sui soldi, non c’è traccia di quanto questi rifiuti siano una risorsa. Paghiamo oltre quattro milioni di euro l’anno per la gestione dei rifiuti, alla discarica ogni anno diamo un milione e mezzo e siamo ancora fermi senza sapere dove finisce quel 70% di rifiuti che, ogni cittadino con senso civico, differenzia all’interno della propria casa. A che serve differenziare se il 50% dei rifiuti finisce in discarica? Servono impianti che avviino ad effettivo riciclo i materiali separati perché il rischio è che, presto, la discarica sia completamente esaurita. Che cosa faremo poi? Continueremo a fare castelli di immondizia?».

 Eppure, altrove, in territori con una simile densità abitativa, sono riusciti a gestire in modo sostenibile il problema dei rifiuti. «Basti pensare al consorzio Contarina, società interamente pubblica che, nel Triveneto, con un sistema di raccolta differenziata spinta e la tariffa puntuale è riuscito a portare alla differenziazione dell’85% dei rifiuti, una diminuzione netta della produzione, generando contributi economici da parte dei consorzi che ricevono materiale pulito da riciclare. E con una spesa media, per i cittadini, che è inferiore della metà rispetto a quella pagata in tutto il centro Italia». Senza arrivare a dover ipotizzare il ricorso a nuovi inceneritori nella piccola e, un tempo, verde Umbria, come ribadito dal ministro degli Interni Matteo Salvini, poche settimane fa, durante un comizio in piazza della Repubblica, la soluzione sembra dietro l’angolo. Basta solo volerla guardare.