Ricostruire i grandi edifici dell’epoca medievale seguendo un modello architettonico ed estetico mai esistito in origine, ma immaginato in funzione dell’attualità. 

La storia di Notre Dame è anche la storia del grandissimo architetto ottocentesco Eugene Viollet le Duc a cui si deve l’impegnativo restauro della cattedrale parigina che lo occupò per due decenni, a partire dagli anni 40 dell’Ottocento. Una ricostruzione ispirata dalla sua grande passione per lo stile neogotico che lo condusse a stravolgere l’assetto originario della chiesa. Realizzò un rosone e una finestra sopra le tribune in corrispondenza del transetto adottando una soluzione che era del tutto assente nel progetto originario della struttura.  La guglia che era stata smontata alla fine del 700 la ripristinò e la fece altissima, demolì tutti gli elementi decorativi apportati in seguito alla costruzione della chiesa che risaliva al 1163 ed era stata seriamente danneggiata durante la Rivoluzione francese.  Viollet le Duc fu uno dei massimi protagonisti della stagione romantica in cui venne “reinventato” il Medioevo europeo, sia nel campo dell’architettura così come nella rielaborazione di un passato mitico, pensato in funzione di ideali nazionali.

La crociata per ricostruire Notre Dame era stata del resto condotta da Victor Hugo che nella cattedrale aveva ambientato il suo celeberrimo romanzo “Notre Dame de Paris”. Di Viollet le Duc si cita spesso la frase secondo cui “ Restaurare un edificio non è solo mantenerlo, ripararlo o ricostruirlo, è riportarlo a una condizione completa che potrebbe non essere mai esistita”.

 

 

Di questa attitudine che molti contemporanei giudicarono controversa, l’architetto diede ampia dimostrazione anche nella ricostruzione della città fortificata di Carcassone, oggi patrimonio dell’Unesco, che lui reinventò secondo un modello immaginario, realizzando ,ad esempio i caratteristici e bellissimi tetti spioventi delle torri di guardia, ma esistiti nella realtà.

Questa tendenza creativa dell’architettura ottocentesca incontrò grandissimo spazio ed accoglimento anche nella Orvieto post unitaria. La borghesia cittadina che guidò la città a partire dal 1860 concepì nuovamente l’architettura in una funzione di manifesto politico, attuando lo stesso schema che aveva fatto grande la città all’epoca del Comune medievale quando , con l’avvento al potere del Popolo nel 1250, si era prodotto uno sforzo grandioso all’insegna del decoro e della magnificenza in opposizione al precedente governo nobiliare. In questa dimensione ideologica, oltre che religiosa e di patriottismo civico, vide la luce anche il Duomo nel 1290.

La liberazione dal dominio papale che era avvenuta con dieci anni di anticipo rispetto al 1870, vedeva Orvieto languire in uno stato di grave decadenza dopo secoli di immobilismo. La nuova classe dirigente mise grandi energie nel recupero degli edifici antichi,  attuando quella operazione che Alberto Satolli ha sintetizzato “con la ricostruzione di una città medievale che, nella cultura neogotica dominante, ridava dignità anche alla città moderna”. Il Viollet le Duc orvietano fu l’architetto Paolo Zampi. A Zampi si deve anche il grande e costoso restauro del palazzo del Popolo, avviato nel 1885 oltre che di palazzo Soliano e del duomo, accanto alla realizzazione delle Poste nel piano terra del palazzo dei Sette.  Il purismo neogotico a cui si ispirava anche Zampi lo portò, ad esempio, ad eliminare senza scrupoli un ciclo di affreschi manieristi di grande importanza all’interno del duomo.  Gran parte dell’apparato decorativo della cattedrale  andò distrutto e lo stesso palazzo Soliano venne  profondamente trasformato rispetto all’originario modello medievale. La tendenza ad abbellire la città secondo i canoni di eleganza in voga all’epoca e nel rispecchiamento dei valori borghesi del mondo liberale ebbe la su massima espressione con l’inaugurazione nel 1862 del teatro Mancinelli, realizzato in stile neoclassico, opera dell’architetto Virginio Vespignani.

Claudio Lattanzi