“Nei tribunali c’è un tale degrado che mi è passata la voglia di andarci”, il professor Franco Coppi appare tormentato, e non lo nasconde. La chiacchierata su vita e morte del diritto attraversa il principio e la fine di un’esistenza, la sua. L’ha fatta con Annalisa Chirico de Il Foglio.  “Volevo fare il pittore ma non avevo dentro il sacro fuoco del pittore. Neppure quello dell’avvocato, a dire il vero. Dicono che non si dovrebbe vivere di rimpianti, che al termine di un ciclo sei quello che dovevi essere. Una qualche provvidenzialità immanente nelle cose deve pur esserci. Poi però io mi fermo a pensare, e il pensiero è tormento. Penso a ciò che non sono riuscito a fare, che mi sarebbe piaciuto fare, ai posti che non ho visto, agli incarichi che non ho accettato. Sebbene oggi non abbia più alcun senso, continuo a ripensare me stesso. Ci si prepara anche così a morire”.

“Degrado” è una parola forte, professore. “Aspetti formali e sostanziali contribuiscono allo stato attuale. Nelle corti di assise capita di imbattersi in giurati con la maglietta da mare e la fascia tricolore, in magistrati con la toga buttata addosso a un paio di blu jeans e la camicia aperta fino all’ombelico. Non pretendo che si torni ai tempi in cui ti guardavano storto se ti presentavi in Cassazione con l’abito spezzato ma gli eccessi attuali sono inaccettabili: la forma è manifestazione di rispetto verso il ruolo che si esercita nelle aule giudiziarie”. I guasti della giustizia però non sono una mera questione di abbigliamento.

“Non mi ritengo l’ultimo arrivato, ho accumulato un po’ di esperienza, eppure da qualche tempo capita con frequenza sempre maggiore di trovarsi di fronte a sentenze inaspettate e inaspettabili. Certi episodi sono talmente inverosimili che temo di non essere creduto”. Noi le crediamo. “E’ accaduto che, poco prima di un’udienza, un magistrato mi abbia confidato candidamente di essersi già formato un’opinione sul caso guardando gli spettacoli televisivi. Me l’ha detto senza avvertire la gravità di un’affermazione che per me è valsa come una pugnalata nel fegato”. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha presentato un ddl che fissa in sei mesi il termine perentorio per la conclusione delle indagini preliminari.

“Mi lasci dire, in premessa, che nella vita non ci s’improvvisa. Da anni sento parlare di come riformare la giustizia: una materia così rilevante e complessa andrebbe affidata a persone dotate della competenza necessaria. A mio giudizio, porre limiti temporali alle varie fasi del processo è in sé sbagliato: se per una perizia tossicologica s’impiegano tre mesi abbondanti, come si fa a stare nei sei? Ho sentito lo stesso ministro presentare come obiettivo auspicabile il processo lungo nove anni nei tre gradi di giudizio. Un’idea commovente”.

In che senso? “Come si può pensare che nove anni siano un tempo trascurabile nella vita di una persona? Nove anni sono un’enormità, una cosa mostruosa! Anziché fissare termini drastici, bisognerebbe indurre il magistrato a correre di più. L’attuale codice invece sembra favorire le lungaggini. Si consideri il dibattimento: sotto il mito della verginità del giudice e della formazione della prova si è camuffata una perdita di tempo incredibile. Chiunque assista a un’udienza si accorge che essa serve esclusivamente a trasferire ciò che tutti sanno, ad eccezione del giudice, dai verbali investigativi del pm a quelli del dibattimento.

Se fosse vero che il giudice, una volta a conoscenza degli atti, si preforma un giudizio immutabile, con il vecchio Codice Rocco avremmo dovuto avere soltanto condanne. All’epoca invece le sentenze di assoluzione fioccavano. Oggi si pretende che chi ha redatto un verbale si rechi in aula, a distanza di tre anni, per riferire se il capo della vittima fosse reclinato sul volante o riverso sul sedile, elementi e fatti già pacificamente acquisiti agli atti. E’ un meccanismo caotico, fonte di perdite di tempo inenarrabili”.

La riforma Vassalli del 1989 è uno spartiacque: lei vorrebbe tornare indietro? “Continuo a ritenere che il codice Rocco desse maggiori garanzie dell’attuale. Il giudice istruttore, al momento del rinvio a giudizio, consegnava al giudice del tribunale un’ipotesi di lavoro. Va da sé che parliamo di magistrati perbene, avvocati preparati e pm dotati: in presenza di un giudice pazzo o di un difensore corrotto, non c’è codice che tenga. Con il vecchio rito i processi si risolvevano in un paio di udienze perché il giudice era nelle condizioni di poter acquisire, mediante la lettura degli atti, una conoscenza approfondita del caso.

Oggi assistiamo al paradosso di corti di assise che rinviano a un anno, un tempo spropositato per il penale. Alle facoltà di legge s’insegna, sin dalle prime lezioni, che la caratteristica fondamentale del procedimento penale è la concentrazione: grazie a ritmi incalzanti il giudice non perde la memoria dell’accaduto e le parti sono effettivamente coinvolte nel produrre i rispettivi contributi in termini serrati. L’organizzazione del lavoro negli uffici giudiziari va razionalizzata, così è quasi farsesca”.

Nel progetto Bonafede testé menzionato si elimina la figura del procuratore aggiunto, fino ad oggi individuato dal Csm, per sostituirlo con il “magistrato coordinatore” nominato dal procuratore capo. “La sostanza non muta cambiando nomi ed etichette. Il coordinatore assorbirà il mestiere dell’aggiunto, con il rischio di un maggiore accentramento di potere: il procuratore capo, se è illuminato, fa la fortuna di una procura; se è debole o sensibile alle lusinghe, è causa del disastro”. Intanto, sempre grazie al governo in carica, dal primo gennaio 2020 la prescrizione si blocca dopo il primo grado di giudizio.

“E’ la prova più evidente del fallimento della giustizia. Si è costretti ad abolire la prescrizione perché ci si rende conto che non si è in grado di celebrare il processo in tempi ragionevoli. Domando: quando saranno fissati i procedimenti in grado di appello o in Cassazione? Secondo quali criteri? A quali sarà data la precedenza? E’ giusto tenere per anni un cittadino nella totale incertezza circa la sua sorte? Non va poi dimenticato che insieme ai condannati, ai quali può far comodo il trascorrere del tempo, esistono le persone assolte: stando alle nuove norme, la spada di Damocle di un processo infinito continuerebbe a pendere sulla loro testa. Ci si dimentica poi delle vittime: quanto tempo dovrà attendere la moglie di un operaio, morto cadendo da una impalcatura, per ottenere il risarcimento del danno?”.

Il guardasigilli sogna un Csm eletto con un mix di votazione e sorteggio, un meccanismo arzigogolato foriero di un paradosso: i candidati meno votati potrebbero essere quelli eletti. “Io resto contrario al sorteggio: se è indiscriminato rischia di far eleggere un magistrato fresco di concorso; se invece s’introducono criteri e paletti, legati per esempio all’anzianità di servizio, diventa un sorteggio pilotato e discriminatorio”.

Il correntismo però non fa bene alla giustizia. “La formazione delle correnti è inevitabile. Il tema non mi ha mai appassionato, a me piace mettere la toga sulle spalle”. Lei coltiva buone relazioni con tutti. “Non ho amici magistrati, non li frequento ma uso cordialità, certo. Quando sono in aula ho davanti a me il pm, un avversario, e non mi domando a quale corrente appartenga”.

Lo scandalo Csm, squadernato sui giornali, ha svelato il segreto di Pulcinella: toghe e politici negoziano le nomine. “La vicenda non mi ha stupito, mi sembra piuttosto emblematica del momento buio che sta attraversando la giustizia in Italia. Io però una soluzione l’avrei”. Quale? “Se al Csm venisse lasciata la sola funzione disciplinare e il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi fosse affidato a un organo diverso, non ci sarebbe più la corsa a farsi eleggere. Il compito di nominare procuratori capi, aggiunti e presidenti di sezione potrebbe essere assegnato a un collegio di giudici costituzionali, integrati con il primo presidente della Cassazione e con il procuratore generale, insomma con figure avanti nella carriera e perciò meno sensibili a pressioni esterne”.

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi avrebbero sostenuto la sua candidatura a Palazzo de’ marescialli. Lei ha sempre rifiutato. “Io mi limito alle cose che so fare”. Le fu proposto anche il ruolo di giudice costituzionale. “Il compianto Loris d’Ambrosio, all’epoca consigliere giuridico del presidente Giorgio Napolitano, mi raggiunse in ufficio per illustrarmi questa possibilità. Mi presi la pausa estiva per pensarci, alla fine declinai”. C’è un ministro della Giustizia che rimpiange? “Il democristiano Guido Gonella fu un buon ministro”.

A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, professore. E’ passato un po’ di tempo.

“Tra i recenti, checché se ne dica, il leghista Roberto Castelli non mi è dispiaciuto”. Gonella era giornalista, Castelli ingegnere. “Un buon guardasigilli non dev’essere per forza un giurista. Oggi ci sono diversi laureati in legge, mi pare, manifestamente incompetenti”.

Lei è disilluso dalla politica. “Mi vengono i brividi quando ascolto il discorso tenuto dall’allora presidente del Consiglio Alcide de Gasperi alla conferenza di pace a Parigi nell’agosto del 1946. Ogni epoca ha i suoi uomini. Al giorno d’oggi, va di moda una politica urlata, io penso invece che dialogando a voce bassa ci si controlla di più e si dice qualche fesseria in meno”. Lei appare sempre così misurato, equilibrato, quasi serafico. “Chi strepita deve nascondere la debolezza dei propri argomenti”.

Lei è un moderato? “Non direi, io adoro gli eccessi, mi piace chi ha il coraggio di rompere una tradizione, il conformismo fa comodo a tutti”. Tornando alla politica, il vicepremier Matteo Salvini ha arruolato la donna che difese con lei Andreotti. Giulia Bongiorno, ministro di ferro. “Lei è una professionista con le carte in regola, chissà dove arriverà”. A proposito della sua nostalgia per il rito inquisitorio: se i tribunali sono “gabbie di matti”, il copyright è il suo, come si può auspicare il ritorno a un sistema dove un unico soggetto raccoglie le prove e decide il rinvio a giudizio?

“Queste etichette, inquisitorio e accusatorio, lasciano il tempo che trovano, io mi concentrerei sulle regole effettivamente applicate. Istituti come patteggiamento e rito abbreviato si sarebbero potuti innestare anche sul ceppo del vecchio codice, che prevedeva ormai la presenza del difensore già in sede d’interrogatorio dell’imputato. Con il vecchio codice io non ho avuto sentenze ingiuste per colpa del codice, ma magari perché il giudice non aveva studiato la causa o io non ero stato abbastanza bravo da far valere le ragioni del cliente”.

Il rito accusatorio, secondo il codice in vigore, è tuttora incompiuto. “Si può definire davvero accusatorio il procedimento in cui le domande all’imputato e ai testimoni vengono formulate avendo sotto gli occhi le dichiarazioni rese in fase istruttoria, e al minimo scostamento si fanno partire le contestazioni al solo scopo di mettere in dubbio l’attendibilità e la credibilità del testimone? E’ accusatorio il processo in cui s’indulge a credere in ciò che è stato detto in fase istruttoria davanti al pm piuttosto che alle affermazioni raccolte nel dibattimento davanti al giudice?”.

La parità tra accusa e difesa è un miraggio. “La parità è un’utopia, non esisterà mai, se non altro per la disponibilità di mezzi a vantaggio dell’accusa che, per ragioni anche economiche e pratiche, sono preclusi all’imputato. Tuttavia questo è il bello del processo penale: che gusto c’è a battagliare ad armi pari? È molto meglio avere a che fare con un avversario più forte, per superarlo”.

Lei, professor Coppi, è il più grande avvocato d’Italia: c’è il suo nome nel caso Andreotti, nello scandalo Lockheed, nel golpe Borghese, nelle difese di grandi gruppi industriali e in quelle di Niccolò Pollari, Antonio Fazio, Gianni De Gennaro, Franzo Grande Stevens…La gente fa a gara per farsi difendere da lei. “Da qualcuno deve farsi difendere”. Non faccia il modesto. “Forse il mestiere dell’avvocato è talmente banale da riuscire anche a una persona che non lo ama particolarmente. Lanciare un razzo nello spazio è più complicato”.

Lei, in fin dei conti, voleva fare il pittore. “Smisi il giorno della laurea in legge. In verità, se avessi avuto il sacro fuoco della pittura, non avrei mai interrotto. Forse la mia era piuttosto un’illusione giovanile”. Lei è riuscito a far assolvere Berlusconi per le cene eleganti. Ha capito, alla fine, se erano davvero tali? “Di sicuro erano divertenti. Se mi avessero invitato, ci sarei andato”. Niccolò Ghedini soffriva un po’ il suo protagonismo. “Non è vero, è stato lui a chiedermi di associarmi nella difesa”. Il senatore le ha regalato un golden retriever che lei ha ribattezzato affettuosamente Rocky, di cognome Ghedini.

“Non vedo perché il cane, la mia passione di questi anni, non debba avere un nome. E’ un omaggio a Ghedini, non certo una presa in giro”. Nel cielo stellato della sua brillante carriera compare un buco nero, privo di avi illustri. “Sabrina Misseri è l’angoscia della mia vita. La notte mi capita ancora di pensare a questa sciagurata e a sua madre”. Entrambe scontano una condanna all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi.

“Ho la certezza assoluta della loro innocenza, sarei pronto a giocarmi qualunque cosa. Non essere riuscito a dimostrarlo ha rovinato la mia vita di avvocato. Noi difensori non possiamo pretendere di vincere tutti i processi, non deteniamo il monopolio della verità e certe vicende si prestano a molteplici letture, d’accordo, ma nel caso di Sabrina Misseri no. Le prove della sua innocenza e della colpevolezza del padre reo confesso erano talmente schiaccianti che non riesco a capacitarmi di questo fallimento, il ricorso per Cassazione mi ha procurato una delusione insanabile. Questa ragazza sta in carcere da dieci anni: per me è un tormento”.

La Corte di Strasburgo, da voi adita, ha giudicato il caso ammissibile. “Attendiamo di conoscere l’esito, i tempi non sono brevi. Poi non ci resterà che sperare nella revisione del processo”. Perché lei ha fallito? A questa domanda l’avvocato mi chiede la cortesia di stoppare la registrazione. Pausa. Dopo qualche minuto, riprendiamo. “Talvolta un magistrato si forma una convinzione e non è più capace di rinunciarvi, così ogni elemento viene interpretato e costruito in funzione del preconcetto in un circolo interminabile di distorsioni logiche”.

La corte d’assise è la sua passione. “Sono un avvocato di vecchia scuola: reati societari e tributari possono essere interessantissimi ma un bell’omicidio rimane un bell’omicidio. Lì si manifesta il problema della prova che richiede analisi psicologiche ed esame dei testi; lì si dispiega il vero processo con lo scontro tra le tesi di accusa e difesa; lì si cerca di costruire, quasi a colpo di pollice, come se si dovesse plasmare una creta, questa verità che affonda le radici nell’uomo e nelle sfaccettature del suo animo”. L’umano pendolare tra l’angelico e il demoniaco.“L’imputato di corte d’assise lo devi dapprima capire e comprendere, poi lo devi far capire e comprendere al giudice”. Ha mai difeso un omicida pur essendo consapevole della sua colpevolezza?

“In questi processi raramente l’imputato si confessa con il difensore né il difensore, per svolgere il proprio mandato, ha bisogno di sapere se egli sia colpevole o innocente. Tu lo difendi da un’accusa, punto. Il tuo dovere è trovare nel processo ogni elemento favorevole, anche perché un processo non sempre lo vinci con l’assoluzione: ottenere le attenuanti generiche, a volte, è un gran successo”. Il processo è un po’ di logica e un po’ di buon senso, parole sue. “Non s’interpretano solo le norme ma anche i fatti, e questi vanno valutati secondo regole d’esperienza. Se cammino per strada e qualcuno mi viene incontro, immagino che voglia festeggiarmi e non prendermi a schiaffi. Il buon senso ti permette di individuare le regole d’esperienza da applicare al singolo caso per interpretarlo correttamente. La logica serve a concatenare gli elementi raccolti secondo un principio razionale e coerente”.

Eppure certe sentenze fanno a pugni con il senso comune. “Accade sempre più spesso, purtroppo, che certi pronunciamenti risultino incomprensibili all’uomo della strada, e pure a noi avvocati. Il compito del giudice richiede umiltà: se egli pretende di imporre la propria visione della vita e del mondo, applicherà regole d’esperienza sbagliate, non adatte al caso concreto e in contrasto con il vivere quotidiano. I vecchi maestri ammonivano che tra una vittoria in fatto e una in diritto va privilegiata la prima”. In Italia la pena resta incerta.

“Già Cesare Beccaria insegnava che la pena, per essere efficace, dev’essere certa ed eseguita in tempi prossimi alla consumazione del delitto. Oggi invece prende piede una cultura della pena concepita come castigo. Io ti punisco anche a distanza di quindici anni dal fatto, anche se sei una persona diversa da quella che ha commesso il reato. Non mi scandalizzano gli sconti di pena, del resto l’esperienza carceraria è terribile; mi scandalizza piuttosto una condanna a quindici anni dal fatto perché essa preclude qualunque possibilità di recupero e reinserimento sociale. È castigo e basta”. Da noi insiste l’idea che l’unica pena possibile sia quella detentiva. “Il ricorso a sanzioni non carcerarie andrebbe esteso e approfondito. Se a una persona colpevole di omicidio stradale togli la patente a vita, lo colpisci più che tenendolo un anno dietro le sbarre”. Le sanzioni amministrative, di regola, sono più tempestive ed efficaci.

“Un maggiore impiego di esse avrebbe un effetto deflattivo sul carico dei procedimenti penali pendenti. Il sistema accusatorio, che postula per definizione un numero ridotto di procedimenti, è difficilmente attuabile in un paese dove ogni anno oltre 50mila ricorsi giungono in Cassazione”. Il magistrato risponde di ciò che fa?

“Il magistrato non può vivere nella preoccupazione di dover pagare l’errore, gli toglierebbe serenità e coraggio. Nel caso di dolo o colpa grave, la sanzione deve essere effettiva. Un tema diverso, tuttavia, si pone con maggiore urgenza, e non ha a che fare con eventuali illeciti: se un giudice vede regolarmente le proprie sentenze riformate in appello e in Cassazione, ne deve rispondere oppure no? E’ possibile che non gli si possa dire: guarda, il penale non fa per te, adesso passi a occuparti di cause condominiali. Un minimo di controllo nel corso della carriera andrebbe ripristinato. I capi degli uffici sono tali non solo per presenziare a inaugurazioni e manifestazioni calcistiche: se sono capi, devono saper comandare”.

Di tanto in tanto si torna a parlare di separazione delle carriere. “A mio giudizio, il problema sta da un’altra parte, e riguarda le modalità di reclutamento dei magistrati e l’assenza di controlli dal giorno successivo al concorso. Se i due percorsi venissero nettamente separati, pm e giudice non sarebbero forse più fratelli come adesso ma resterebbero perlomeno cugini. La riforma non introdurrebbe benefici particolari: ho conosciuto magistrati che sono passati disinvoltamente da una funzione all’altra svolgendo magnificamente entrambi i ruoli”.