Si sta affermando come una delle sceneggiatrici italiane più promettenti e talentuose. Chiara Atalanta Ridoldi racconta a Next come è nata la sua passione per il grande schermo e parla del suo ultimo film, in questi giorni nelle sale.

 

Dall’antropologia alla scrittura per il cinema. Un percorso che può apparire singolare, ma in realtà entrambi i mondi si occupano semplicemente della vita e dei rapporti, quasi sempre complicati, tra noi e gli altri.  E’ partendo dal punto di vista scientifico dell’antropologo che Chiara Atalanta Ridolfi, orvietana di 39 anni, si è gettata con totale dedizione nella professione di sceneggiatrice.  Un talento autentico il suo che la sta facendo emergere come una delle professionisti di maggiore spessore nel panorama cinematografico nazionale. Dopo aver debuttato nel 2009 comn il film ad episodi “Interferenze”, ha scritto “Nessuno mi pettina bene come il vento” di Peter del Monte, per proseguire con “Storie sospese”, “Questi giorni”.

In questi giorni esce nelle sale l’ultimo lavoro di Chiara, “Mamma più mamma” , film della regista molisana Karole di Tommaso che racconta la storia di due donne che si amano e vogliono un figlio.

La tua ultima sceneggiatura è  quella del film “Mamma più mamma” in cui si racconta la vicenda di due donne che si amano e che desiderano avere un figlio. Un tema indubbiamente attuale; cosa pensi del concetto di famiglia tradizionale?

Karole Di Tommaso, regista del film ed amica intima, ed io abbiamo cominciato a scrivere questa storia a partire dal nostro vissuto, denso di paradossi, un po’ sgarrupato e balzano come lo è questo momento storico, e di personaggi come noi continuamente in bilico tra dramma e commedia. Il desiderio di maternità delle due protagoniste, le loro peripezie per diventare famiglia, sono stati un’occasione di riflessione proprio sul concetto di “famiglia tradizionale” che di questi tempi tanto turba l’opinione pubblica.  E’ curioso perchè il termine stesso – familia – in latino indicava l’insieme dei famuli, moglie, figli, servi e schiavi del pater familias. Dunque in senso stretto una piccola comunità di persone, non necessariamente unite da vincoli di sangue, che abitano nella stessa casa. Proprio come i protagonisti, Ali, Karole ed Andrea, costretti dalla precarietà e dall’incertezza a trasformare l’appartamento che condividono in un improvvisato B&B per riuscire nella loro impresa: racimolare denaro e ricorrere alla fecondazione artificiale in una clinica spagnola.

Da un punto di vista antropologico ci sarebbe tanto da dire sulla procreazione artificiale: moltissime società tribali, in luoghi ed epoche diverse, si erano già poste questi problemi ed avevano elaborato alcune soluzioni. Naturalmente ignoravano le moderne tecniche di fecondazione artificiale, ma avevano immaginato e messo in atto formule equivalenti, almeno dal punto di vista giuridico e psicologico, per risolvere il conflitto tra procreazione biologica e paternità sociale. Fuori da ogni esitazione, queste civiltà hanno sempre privilegiato il sociale, senza che i due aspetti entrassero in conflitto con l’ideologia del gruppo o con lo spirito degli individui. La famiglia tradizionale, antropologicamente, è un’eccezione. Quanto consideriamo come “naturale”, fondato sull’ordine delle cose, è in realtà semplicemente frutto delle abitudini mentali e delle costrizioni proprie della nostra cultura. Ai moralisti e ai giuristi troppo impazienti, gli antropologi da sempre offrono consigli  di liberalismo e prudenza, perchè al di sotto delle diverse declinazioni del concetto di cultura, ci sono gli universali della natura umana. E ovunque c’è amore, può esserci una famiglia.

Raccontaci un pò il dietro le quinte di un film. Di quale sia il processo creativo che parte dalla sceneggiatura e quali sono i percorsi che tu segui per la scrittura? Si tratta di un lavoro in solitaria o ti confronti con regista e produzione?

La scrittura di un film è quasi sempre un processo condiviso, un’opera corale, in trasformazione. Il pensiero diventa parola, la parola diventa azione, luce, musica, colore, un linguaggio stratificato. Per me è questo l’ingrediente magico del cinema: il suo essere un continuo divenire sinfonico, artigianale, anche quando il film è finito. Se valido, autentico, continuerà a risuonare dentro chiunque lo guardi, lo ascolti.

Si parte da una suggestione, un personaggio, un’idea, qualcosa che si è visto o sentito, e si parla. Si parla tanto, si cammina anche tanto, a volte, parlando, si cerca la porta giusta per entrare in un mondo ed esplorarlo. A volte capita di trovare dei personaggi ed innamorarsene, e allora la scrittura è facile, mimetica, la trama emerge naturalmente dai suoi motivi personali, dalle sue contraddizioni, il tono dai suoi caratteri ed umori. Scrivere un film è ‘ un po’ un’esplorazione, un po’ un esorcismo!

 Quando ti è scattata la passione per questo lavoro? Quale è stato il tuo cammino fino ad oggi?

All’inizio c’era la passione per la scrittura, poi è successo che mentre mi stavo per laureare in antropologia qualcuno mi ha parlato del Centro Sperimentale di Cinematografia. Non sapevo neanche cosa fosse, ho cercato e ho visto che scadeva il bando di ammissione il giorno successivo. Ho passato la notte a scrivere, ho tentato, sono entrata. E’ stato casuale, in un certo senso, ma dopo la scuola, cominciando a lavorare, ho scoperto che lo sceneggiatore e l’antropologo non fanno dei mestieri poi tanto diversi.

 

La scrittura per il cinema è una vocazione da coltivare o un mestiere che si può imparare? E quali ritieni che siano le differenze tra il lavoro dello sceneggiatore e quello dello scrittore?

E’ una vocazione, perchè richiede tanta pazienza, costanza e umiltà, ma anche un mestiere nel senso di sapere artigianale da tramandare, soprattutto in un’epoca impoverita dall’omologazione ai modelli narrativi “vincenti” e da una sovrabbondanza pornografica di immagini. Credo che anche il lavoro di scrittore sia simile sotto questi aspetti, ma è un percorso solitario e diversamente orientato, e che richiede probabilmente ancora più costanza.

La sceneggiatura è un prodotto “finito” o in che misura viene riadattata alle esigenze dei set?

La sceneggiatura è una base di partenza per tutto il lavoro del set. Dalle ambientazioni, alle luci, alle interpretazioni. Più o meno fedele, il risultato finale è sempre una reinterpretazione collettiva della sceneggiatura.

Quale sono gli ostacoli maggiori che si incontrano in questa professione e cosa consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere la tua strada?

Paradossalmente è più facile esordire che andare avanti con continuità. Ed è un ambiente in cui contano moltissimo i contatti e la possibilità di accedere a circuiti privilegiati. Quindi, se non si hanno, bisogna ingegnarsi, partecipare a concorsi, cercare fondi, scrivere tanto e cercare un produttore illuminato con cui ci possa essere intesa, condivisione di vedute, fiducia e dialogo.

 

Quali sono i progetti futuri?

C’è un film in arrivo, intitolato “Nevia”, prodotto da Matteo Garrone, uno in scrittura e centomila in testa, come sempre.