La rivoluzione che la Banca Popolare di Bari si avvia a sperimentare grazie al piano industriale varato dal direttore generale Vincenzo De Bustis potrebbe comportare l’auspicata boccata d’ossigeno per migliaia di risparmiatori in possesso delle azioni svalutate della banca. La svolta dovrebbe verificarsi da qui a fine anno e passa per una divisione della banca in due altri istituti, oltre per l’acquisizione di un’altra piccola banca. La Popolare andrà incontro ad una vera e propria scissione. Da una parte, rimarrà la tradizionale banca cooperativa che proseguirà la normale attività creditizia sul territorio e, dall’altra, sorgerà una società per azioni, mantenendo una parte degli attuali sportelli, ma libera della pesante zavorra rappresentata da oltre un miliardo di crediti deteriorati.

Questa una banca spa da quotare in borsa  sarà una public company non controllata da nessun grande azionista. L’ingresso di nuovi investitori sarà la molla a cui è affidata la possibilità di compensare le grandi perdite che hanno lamentato i risparmiatori in possesso delle azioni della Bpb. Un problema che interessa migliaia  di clienti tra Orvieto, Viterbo, Terni, Roma e Perugia, cioè i territori in cui le filiali della Cassa di risparmio di Orvieto avevano collocato ai propri correntisti decine di milioni di euro di azioni della Bps che  sono state in seguito fortemente svalutate e che, ormai da anni, è impossibile anche vendere. De Bustis la vede così:”La delusione dei soci è legittima. Credo che il progetto della scissione e della nuova spa possa creare valore” dice. Il percorso è quello di un “risanamento industriale che porterà ad un recupero di valore a favore della liquidabilità delle azioni”.

La quotazione delle nuova banca con la formula della spa dovrebbe insomma attrarre nuovi investitori e creare un mercato anche per quelle azioni che finora non era possibile scambiare. Questa la direzione per i prossimi mesi. Entro la fine dell’anno si attende invece la svolta relativamente alla vendita della Cassa di risparmio di Orvieto alla società Sri Group del finanziere bolognese Giulio Gallazzi la cui offerta da sessanta milioni di euro è stata praticamente il doppio rispetto alla somma offerta dalla fondazione Cassa di risparmio, il cui sogno di riportare clamorosamente tutta in mani orvietane la ex banca locale si è infranto di fronte al rilancio insostenibile di Gallazzi.