Rimanere nell’euro significa compromettere il futuro della nostra economia, ma anche un ritorno unilaterale alla lira avrebbe conseguenze negative. Marcello Signorelli, ordinario di Politica economica all’università di Perugia, spiega che l’unica strada è riformare l’Unione Europea

 

Ha sintetizzato in un libro la domanda che ormai un numero crescente di italiani si pone di fronte al protrarsi di una crisi economica di cui non si vede ancora la fine. E’ se l’Italia tornasse alla lira? è l’interrogativo che comincia a farsi strada nella testa delle persone comuni e anche di alcuni, per la verità pochi, uomini politici. Marcello Signorelli, docente di Politica economica, ha raccolto in un testo di agevole lettura, scritto insieme al collega Enrico Marelli, i diversi scenari che si aprirebbero al nostra Paese nel caso in cui l’Italia decidesse di abbandonare la moneta unica dopo sedici anni di risultati tutt’altro che entusiasmanti.

La possibile uscita dell’Italia dalla moneta unica sta diventando un’opzione che una parte crescente dell’opinione pubblica non considera più assurda come fino a pochi anni fa. Nel suo libro, lei valuta i pro e i contro di questa operazione e anche le modalità per un’eventuale Italexit. Avremmo da guadagnare da un ritorno alla lira?

 

Una ampia maggioranza della popolazione italiana si trova oggi in una situazione economica personale o familiare peggiore di venti anni fa, quando l’eurozona macroeconomicamente prese avvio, e questo ha spinto una parte pur minoritaria  degli italiani a prendere in considerazione l’opzione “exit”. Indubbiamente l’Eurozona ha molte inefficienze di governance e regole, come chiaramente emerso soprattutto nell’ultimo decennio, si pensi, ad esempio, all’eccesso di politiche di austerità diffusa soprattutto negli anni 2011-12 e ai suoi effetti controproducenti su crescita e sostenibilità del debito pubblico, ma non dimentichiamo nemmeno le molte debolezze strutturali dell’economia italiana , si pensi ad esempio alla stagnante dinamica della produttività connessa anche alla struttura produttiva e capacità di innovazione. Nel libro consideriamo le principali modalità di uscita (Italexit unilaterale, euroexit incontrollata, euroexit coordinata) e discutiamo dei vantaggi, costi e rischi che ne deriverebbero; si tratta di un lungo elenco che può aiutare un lettore non esperto a meglio definire una propria opinione su un tema indubbiamente complesso. Secondo la nostra conclusione, sempre discutibile nelle scienze sociali come l’economia, l’Italia non avrebbe un guadagno netto dal ritorno ad una moneta nazionale; insomma, gli indubbi vantaggi che ne deriverebbero, ad esempio in termini di competitività in seguito alla svalutazione valutaria, nonchè la possibilità di attuare politiche monetarie e di bilancio meno vincolate e più attente al contesto ciclico nazionale, sarebbero inferiori ai rilevanti costi e rischi come quelli  connessi alle fughe di capitali e alle procedure di transizione e ridenominazione dei debiti e dei crediti privati e del debito pubblico nonchè alla rilevante risalita della spesa per interessi sul debito pubblico. Tuttavia, non dimentichiamoci che l’Eurozona, pur non correndo reali rischi di implosione nel breve e medio termine proprio per gli elevati costi e rischi di exit, non è da ritenere pienamente sostenibile in termini macroeconomici e quindi anche sociali e politici in un orizzonte temporale di lungo termine di alcuni decenni, a meno che non venga adeguatamente riformata.

Quali sarebbero le scelta da evitare?

La scelta di uscita unilaterale dell’Italia sarebbe lo scenario peggiore in termini di costi e rischi che sarebbero ben maggiori dei vantaggi; tuttavia, anche la scelta di andare avanti senza riformare l’Eurozona è da evitare per gli elevati rischi, non nel breve o medio termine, di disgregazione dell’Unione economia e monetaria nell’arco di pochi decenni. Riformare l’Eurozona è un percorso politicamente molto difficile e lungo, e noi ne parliamo nella terza parte del libro; nonostante la situazione attuale non induca certo all’ottimismo, è opportuno perseguire una strategia dei “piccoli passi nella giusta direzione” come suggerisce anche da Paul De Grauwe, se si vogliomo migliorare le condizioni di vita delle popolazion, soprattutto nei paesi più colpiti dalla lunga crisi e rendere sostenibile anche nel lungo periodo l’Eurozona.

 

Vari economisti come Robert Mundell avevano preconizzato già negli anni Sessanta la necessità di una riduzione dei salari a fronte di un recessione mondiale, nel caso in cui paesi diversi tra di loro avessero adottato la stessa valuta. Gran parte della dottrina economica aveva insomma già capito da decenni che l’unità monetaria avrebbe scaricato sui lavoratori le proprie difficoltà e la necessaria ricerca della competitività dei singoli paesi.  Per quale motivo queste analisi sono state così evidentemente ignorate a livello politico?

 

I limiti dei regimi di cambi fissi sono ben noti ai macroeconomisti e anche la storia ce lo insegna, basti vedere come gold standard e dollar standard siano durati solo alcuni decenni, sicuramente grazie anche al contributo di Mundell, ma occorre sottolineare come il progetto e la realizzazione della moneta unica siano stati il frutto di decisioni prettamente politiche su cui le considerazioni macroeconomiche hanno avuto un peso limitato. Ritengo corretto democraticamente che la politica abbia il “primato” delle decisioni; in altri termini, non ritengo affatto che la “tecnocrazia” cioè il governo degli esperti o presunti tali sia da preferire alla democrazia pur con tutti i limiti di quest’ultima. Tuttavia, come oltre due decenni fa la politica italiana scelse di aderire all’euro senza tener conto pienamente delle implicazioni macroeconomiche, oggi è bene che la politica sia sufficientemente consapevole dei costi e rischi di una eventuale uscita dall’euro che è una scelta ben diversa da quella di decidere di entrare o meno. In altri termini, è bene che la politica mantenga il suo primato decisionale in un contesto di controllo democratico ma è altrettanto importante che i leader politici si appoggino anche sulle interpretazioni di molteplici esperti, non solo economisti, che possono meglio presentare i vantaggi, costi e rischi che dalle decisioni possono scaturire sia nell’immediato che a più lungo termine. Peraltro, è importante che la popolazione tutta acquisisca maggiori conoscenze del funzionamento reale dei sistemi economici. Il libro vuol andare in questa direzione con un linguaggio molto semplice ed accessibile ad un lettore non esperto.

 

Quale ritiene che possano essere gli effetti della fine dell’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi dell’Eurozona da parte della Bce?

 

Come è noto,  nel mese di dicembre 2018 sono finiti gli acquisti aggiuntivi di titoli di stato nell’ambito del programma “Quantitative easing” della Bce che era stato avviato a marzo 2015 ma talvolta si dimentica che continueranno per un lungo periodo successivo gli acquisti “sostitutivi”; in altri termini, come peraltro avvenuto anche fino ad ora, man mano che i titoli in possesso della Bce giungeranno a scadenza e saranno quindi rimborsati dagli stati emittenti, tali risorse saranno dalla Bce interamente utilizzate per acquistare altri titoli di stato; quindi è come se il bilancio della Bce, raggiunto il suo massimo valore di attività finanziarie detenute a dicembre 2018, rimanesse su tale elevato livello per un “lungo periodo di tempo successivo al primo rialzo del tasso ufficiale”; le parole tra virgolette sono di Draghi che ha aggiunto: “il tasso di interesse ufficale non aumenterà prima dell’estate 2019”; pertanto, la Bce manterrà una politica monetaria insolitamente “accomodante” fino almeno alla fine del mandato di Draghi ad ottobre 2019. Insomma, la fine del Qe non avrà effetti considerevoli nell’immediato ma rimangono i limiti di impatto che la politica monetaria ha sulle variabili reali come reddito e occupazione e vi è incertezza sulla linea di politica monetaria che favorirà il futuro presidente Bce.

 

Perchè è tanto difficile ripristinare in maniera strutturale e non episodica il quantitative easing che è poi lo stesso meccanismo che esisteva in Italia fino al 1981 con la Banca d’Italia impegnata per legge ad acquistare i titoli del debito pubblico rimasti invenduti alle aste del Tesoro?

 

Il Qe consiste in un acquisto mensile sistematico e predefinito di titoli di stato attuato dalla Bce mentre prima del “divorzio” del 1981 tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia quest’ultima acquistava automaticamente i titoli di stato rimasti invenduti nelle aste e l’entità cambiava di volta in volta in maniera imprevedibile; quindi sono due azioni in parte diverse. Quello che la Bce dovrebbe avere, e oggi non ha per le decisioni dei Trattati e dello Statuto, è la capacità di intervenire sul “mercato primario” dei titoli di stato, cioè la possibilità di acquistarli al momento dell’emissione e non solo sul “mercato secondario” , come fa col Qe,; tale strumento, che tutte le Banche Centrali hanno, garantirebbe i singoli stati dell’Eurozona dagli attacchi speculativi e dalle crisi di liquidità di breve termine, pur non potendo comunque garantire pienamente la solvibilità del debito pubblico se la sua dinamica è in un sentiero insostenibile. Estendere la capacità di intervento della Bce sarebbe macroeconomicamente sensato ma è politicamente difficile da realizzare, almeno nel breve periodo.

Condivide la necessità di una riforma della Bce sul modello della Fed americana, impegnandola cioè non solo a tenere sotto controllo l’inflazione, ma anche a promuovere la crescita?

 

Certo che la condivido ma richiede un consenso politico che va costruito nel tempo, anche attraverso comportamenti nazionali che ricostruiscano un grado di fiducia fra gli stati dell’Eurozona che oggi non c’è. Peraltro, Draghi è riuscito a salvare l’Eurozona con interventi motivati sul fronte dei rischi deflazione ma che indirettamente guardavano anche alla crescita economica; dopodichè non va dimenticato che la politica monetaria ha comunque limiti nei suoi effetti sulle variabili reali, soprattutto senza un coordinamento con la politica di bilancio ed una efficacie azione di quest ultima. La creazione di un “bilancio dell’Eurozona” è indubbiamente una delle riforme da realizzare, anche per non sovraccaricare di compiti una Bce fortemente vincolata sia nello statuto che nei reali effetti della politica monetaria.

 

 

Oggi in Italia stiamo assistendo alla nascita di un sovranismo “democratico” che sembra differenziarsi da quello a marchio leghista soprattutto per la considerazione degli effetti economici dell’emigrazione di massa. A sinistra non si valuta cioè l’effetto di deflazione salariale prodotta sui paesi occidentali dalla disponibilità enorme di manodopera a basso costo offerta da gente disperata. Quale è la sua posizione?

 

Sono tematiche e dinamiche molto complesse; in sintesi, sicuramente una parte della politica ha sottovalutato gli effetti negativi, soprattutto sulle fasce di popolazione più povere e anche sulla cosiddetta “classe media”, sia di flussi migratori incontrollati e mal gestiti sia del più generale fenomeno della “globalizzazione”. E’ oramai evidente che l’immigrazione, soprattutto quella irregolare, produce effetti molteplici sui mercati del lavoro mentre in passato si sottolineava l’unico effetto positivo connesso alle attività lavorative che gli immigrati svolgono in quanto lavori non attraenti per i nativi; con la lunga crisi anche questo è stato sempre meno vero. In particolare, alcuni effetti di “deflazione salariale” e di peggioramento delle condizioni di lavoro ci sono stati e, soprattutto, si è sopravvalutata la capacità di assorbimento economico e sociale del nostro paese, già profondamente colpito da oltre un decennio di lunga crisi e elevata disoccupazione e povertà assoluta e relativa. Oramai il tema, come anche molte altre tematiche, ha una sua complessità di gestione che non può essere affrontato nei vecchi termini semplificati di “sinistra” intesa sinonimo di accoglienza o “destra” come sinonimo di chiusura?. L’Europa dovrebbe fare la sua parte ma, come si è visto in questi anni, le istituzioni europee sono state inefficaci e ogni paese si è mosso come meglio ha ritenuto in base ad una logica prettamente di interesse nazionale, e il cosiddetto “sovranismo” prima che arrivare rumorosamente in Italia si era già sviluppato silenziosamente nella sostanza delle scelte concrete di pressochè tutti i restanti paesi europei. I fenomeni di globalizzazione, che includono i flussi migratori di massa, dovrebbero essere governati in maniera lungimirante a livello di istituzioni europee e internazionali, altrimenti non potrà che accentuarsi il “sovranismo” più o meno democratico dei singoli stati.

A livello accademico sono ancora pochi i docenti che hanno il coraggio di mettere in discussione le teorie neo liberiste ed è del resto noto che nelle università l’impostazione keynesiana sia da decenni minoritaria. Condivide questa idea e quali sono state le reazioni del mondo accademico al suo saggio?

 

La letteratura scientifica che ha avanzato critiche, più o meno estese, al cosiddetto “neoliberismo” è in realtà vasta ed è fortemente aumentata dopo lo scoppio della crisi finanziaria; tuttavia, è vero che la visione “keynesiana” è stata del tutto ininfluente nel guidare le scelte di politica economica europea nella gestione della crisi dell’Eurozona e proprio le politiche di austerità “neoliberiste” hanno contribuito a determinare una seconda recessione e una lunga stagnazione. Peraltro, le politiche di stampo “keynesiano” sono state invece ampiamente attuate dallo scoppio della crisi finanziaria negli Stati Uniti sia dalla Fed di Bernanke che dal Presidente Obama. Invece nel vecchio continente ci si è affidati ai presunti “effetti non keynesiani” delle politiche di austerità che, puntualmente, non si sono realizzati. Oggi, negli Stati Uniti il Presidente Trump adotta politiche protezioniste e “sovraniste” ma si caratterizza per una visione anti-globalizzazione piuttosto che neoliberista. Nel contesto europeo, e dell’Eurozona in particolare, non è ancora chiaro la direzione di “politics” e “policies” che si intraprenderanno nel prossimo futuro; in parte sarà importante anche l’esito delle elezioni di maggio 2019 del parlamento europeo nonchè la nomina del nuovo presidente della Bce che inizierà il mandato a novembre 2019. Anche il contesto italiano è ancora in fase di assestamento dinamico: come si è visto nei mesi scorsi, la giusta critica alla politiche di austerità portata avanti dal Governo M5s-Lega poi si scontra con la complessità delle scelte conrete di politica economica nazionale nel contesto dell’Eurozona; in altri termini, non basta dire “vogliamo una politica di bilancio espansiva” ma si tratta di delineare il dettaglio delle scelte, ad esempio, in termini di effetti sulla crescita economica gli investimenti pubblici diffusi sul territorio sono più efficaci della spesa corrente anche se socialmente motivata, in un quadro di compatibilità economico-finanziaria e di aspettative non eccessivamente instabili. Come si è visto, nel contesto dato, se i famigerati “mercati dei titoli di Stato” percepiscono rischi crescenti si determina un effetto “spread” che aumenta la spesa pubblica per interessi sul debito, riducendo anche le risorse per altri interventi. Giudico positivamente che il Governo italiano sia riuscito ad evitare l’avvio della procedura di infrazione, anche se avrei preferito una legge di bilancio che realmente rilanciasse gli investimenti pubblici diffusi sul territorio nonchè gli investimenti in istruzione universitaria e ricerca per evitare una terza recessione e favorire la crescita economica.

Quale ritiene che sia stato il ruolo dei mass media nel manipolare l’opinione pubblica per instillare l’ideologia neo liberale come quella secondo cui lo Stato sarebbe come una famiglia ed il debito pubblico non il credito dei privati, ma un macigno che grava sui ogni neonato?

 

Il giornalismo economico in Italia è sempre stato, con poche eccezioni, di basso livello anche se si intravedono miglioramenti recenti; in tal senso le “scuole di giornalismo” dovrebbero fare molto di più nel formare i giovani giornalisti con strumenti migliori per interpretare le complesse dinamiche macroeconomiche del nostro paese nel nuovo contesto globale.

Nel merito della domanda, il debito pubblico è indubbiamente diverso dal debito privato; una famiglia che contrae un mutuo per l’acquisto di una abitazione si pone nel giusto obiettivo di pagare nel tempo le diverse rate e estinguere il debito nel giro di un certo numero di anni, mentre nel caso dello stato non ha senso l’obiettivo macroeconomico di azzerare il debito pubblico tramite avanzi di bilancio sistematici per molti anni e/o (dove possibile, non nell’Eurozona) stampando moneta per monetizzare il debito pubblico esistente. Tuttavia, gestire il debito pubblico e mantenerne le condizioni di sostenibilità non è semplice soprattutto per un paese a elevato indebitamento pubblico come l’Italia. Indubbiamente, la via maestra è quella di rilanciare la crescita economica e la dinamica dei prezzi con politiche europee e nazionali adeguate. Negli ultimi dieci anni, caratterizzati da recessione o stagnazione, gli investimenti pubblici si sono ridotti da circa il 3% del Pil all’attuale livello dell’1,9% del Pil cioè con una riduzione di oltre il 30%); si è trattato di un gravissimo errore determinato dall’effetto congiunto di regole europee sbagliate che non distinguono la spesa corrente dalla spesa in conto capitale, come vorrebbe la “regola aurea” e scelte nazionali opportunistiche che hanno ritenuto di voler salvaguardare soprattutto le spese correnti poichè più paganti in ternini di consenso elettorale. Peraltro anche le spese pubbliche in istruzione scolastica e universitaria e in ricerca, pur essendo formalmente “spese correnti”, determinano effetti pluriennali e meriterebbero una attenzione particolare se si vuol far ripartire la crescita economica e non rischiare una terza recessione e una lunga stagnazione, migliorare il tenore di vita delle fascie più povere e della classe media, dare prospettive reali di lavoro ai nostri giovani soprattutto i più istruiti, far risalire la fiducia sul futuro e quindi gli investimenti privati. L’Italia con circa il 2% del Pil globale non avrebbe  vantaggi netti dall’uscita dall’euro e dal progetto europeo ma quest ultimo deve essere profondamente riformato per renderlo socialmente e economicamente sostenibile attraverso un lungo processo di “piccoli passi” nella giusta direzione; nella terza parte del libro proponiamo un lungo elenco di riforme, più o meno politicamente fattibili e presentiamo gli scenari  per il futuro dell’euro e del vecchio continente nel nuovo contesto globale. Nel nostro paese è di cruciale importanza migliorare le insoddisfacenti prospettive occupazionali dei nostri giovani, soprattutto di quelli con il più elevato investimento in istruzione , molti dei quali emigrano all’estero e vanno a favorire la crescita economica e della produttività di altri paesi.