Barbabella:chi ha affossato la Rpo dovrebbe andare davanti alla Corte dei Conti

La questione Piave torna periodicamente d’attualità. Ora, in campagna elettorale, è lo staff di Germani che l’ha fatta emergere con accuse a lei per la gestione di Rpo. Come mai?

Di Rpo, se è d’accorso, parliamo dopo. Mi preme dire subito perché la questione ex Piave è una questione ricorrente. Torna per forza, perché è l’emblema del fallimento di una lunga fase politica in cui si sono alternati al governo della città i due schieramenti a cui noi del progetto civico ci contrapponiamo. Sono passati 12 anni da quando fu interrotto in modo sconsiderato il percorso di Rpo senza combinare nulla. Perché la ripropongono oggi, peraltro dalla parte del Pd? Forse perché non hanno altro da dire. O forse perché ancora oggi hanno paura di affrontare le ragioni di questo fallimento. Però, com’è evidente, si tratta di questione essenziale per il futuro della città, ed è ciò che conta.

Già, come si inserisce la questione Piave nella strategia di rilancio della città?

Le spiego con un po’ di storia. Non a caso la Piave fu voluta dal Comune negli anni trenta del Novecento e non a caso è tornata al Comune negli anni novanta. Quello è l’arco di tempo della funzione militare della città in connessione con l’esplosione dell’esercito di leva e della posizione geografica di Orvieto: il distretto, le caserme, l’economia dei soldati e dei giuramenti. Poi, negli anni novanta, questa funzione finisce con la riforma dell’esercito che diventa professionale, e si pone la questione del suo riuso. La città deve ripensarsi e il Comune decide di affidare questo compito delicato ad una Spa con socio unico lo stesso Comune. A me viene affidato il compito di presidente del Cda con obiettivi e vincoli d’azione e di tempi precisi.

È allora che vi ponete il problema di come fare della Piave un pezzo di città che faccia da traino a tutto il resto, come lei ha detto più volte?

 Si. Mi è stato subito chiaro, ed accettai l’incarico per questo, che l’unica operazione sensata era trattare la Piave come pezzo di città, cioè riportare la città nella Piave e trasformare la Piave in motore di una nuova fase di sviluppo dell’intero territorio. Memore io, ma anche il Consiglio di Amministrazione (che colgo l’occasione per dire che era composto da persone perbene e dedite esclusivamente alla riuscita del compito), del Progetto Orvieto, ossia di una visione della città vocata a funzioni di ampio respiro, abbiamo elaborato nei tempi stabiliti (un anno) un business plan che ne esaltava le vocazioni, rispetto non solo al territorio storico ma anche alla sua possibile proiezione internazionale. Dunque: settore turistico (alberghiero, enogastronomico, congressistico); culturale (museale, mostre, manifestazioni); formazione e ricerca; sede di centri direzionali; ampia offerta commerciale, ecc. Ovviamente mettendo in gioco anche altre funzioni (parcheggi, traffico, ecc.). Siamo stati fermati, peraltro dopo l’approvazione unanime del Consiglio comunale nel giugno del 2005, quando stavamo lavorando alacremente per fare i bandi sia per il restauro che per gli utilizzatori finali.

Siete stati fermati? Come mai? Il progetto era una grande sfida.

Appunto, era una grande sfida. Chi allora comandava dovrebbe aver pensato che non era il caso che fossimo noi a portare in porto quell’operazione. Forse non ci consideravano sufficientemente amici. O forse tutto ciò che aveva fatto Stefano Cimicchi (lui aveva stabilito quella procedura e ci aveva nominati) doveva essere smantellato. Insomma, era l’epoca dei Ds e le lotte interne infuriavano con l’idea di ciascuno di conquistarsi un potere solido e stabile da esercitare in modo esclusivo. Poi si è visto come è finita. Ma i Ds nel loro sforzo di fermare Rpo (pensate, lo sforzo era per fermare, non per favorire il risultato! Penso che una cosa del genere non sia mai avvenuta nel mondo sviluppato) furono molto aiutati da non pochi che non erano Ds, in Consiglio comunale e fuori dal consiglio comunale. Alcuni di questi, appartenenti alla destra, alimentarono proprio l’idea dello sperpero dando ai Ds alimento e spinta. Alleati oggettivi.

E ora, come si diceva, torna a galla l’accusa di aver buttato via i soldi. Che cosa risponde?

È insieme una sciocchezza e una mascalzonata. Chi ha fatto quella sparata sa bene come stanno le cose. Le cose stanno così: 1. Rpo ha fatto esattamente quello per cui era stata costituita: ha elaborato un business plan di grande respiro strategico entro il tempo dato; ha speso per questo pochissimo (centotrentamila euro), e chi dice il contrario non sa quello che dice; ha amministrato i beni curandone la manutenzione ed evitando fino ad allora il degrado. 2. Rpo ha gestito in modo da spendere il meno possibile: il 50% del budget assegnato se lo è ripreso il Comune, più della metà come Ici(l’assurdo di far pagare l’Ici su un bene comunale che doveva essere ristrutturato da una società con socio unico il comune stesso. Ma dove si è vista mai una cosa del genere!) e l’altra metà come dotazione della Srl costituita nel 2006 in sostituzione della Spa (srl poi chiusa, una scelta semplicemente stupida). 3. Rpo ha agito in modo talmente corretto che una strampalata accusa di danno erariale è finita con l’assoluzione piena da parte della Corte dei Conti con spese processuali a carico del Comune. Per cui, chi oggi tira di nuovo fuori questa storia non è che non sa quello che dice, lo sa benissimo e mente sapendo di mentire. Piuttosto bisognerebbe fare ai protagonisti di allora e di oggi qualche domanda: ad esempio, perché hanno lasciato lì il business plan senza utilizzarlo ma anche senza dire perché, cioè se è valido o no? Quello è patrimonio, dunque si tratta di danno erariale. Perché nessuno ha parlato di danno erariale a carico di chi ha impedito ad Rpo di andare avanti? Ma c’è dell’altro.

 

Che cosa?

 C’è che in dodici anni, dicasi dodici, non si è fatto niente. È un caso? No, è frutto della politica del tirare a campare che ha reso senz’anima una città altrimenti bisognosa di slancio e di coraggio. Delle tre invenzioni d’uso solo quella di Lucia Vergaglia ha un senso, anche se mi pare difficile da portare avanti. Le altre due sono proprio invenzioni strampalate all’italiana. Il risultato comunque è il niente. Ciò che si è tradotto nel degrado dell’immobile, nella perdita di circa due milioni all’anno di entrate, nel quasi azzeramento del valore immobiliare e nel passaggio da bene a peso, da risorsa a problema di cui liberarsi, anche con la svendita (nella mentalità di un po’ di gente c’è proprio questo, la svendita). Questo non è danno erariale? Però questa volta vero, reale. Qualcuno ne parla? Perché nessuno ha denunciato alla Corte dei Conti gli autori di quello che è stato un vero attentato al futuro della città? Frutto di cattiva coscienza trasversale o di oggettiva convergenza? Basta, mi interessa di più guardare avanti.

C’è qualcosa di utilizzabile in quel famoso business plan?

 La cosa seria, visto che esso è patrimonio disponibile, è sottoporlo ad analisi e verificare se è ancora utile. Io penso che lo sia, perché le funzioni da sviluppare in direzione di un ampio ruolo territoriale, non sono cambiate granché. Ma la cosa importante da capire è che ormai va messa in gioco l’intera città, con un progetto di sviluppo complessivo che coinvolga necessariamente, oltre all’ex Piave, anche l’ex ospedale e altri stabili pubblici e privati di pregio, come abbiamo detto nel convegno di CoM del 2016, intitolato non a caso De Urbenova. Comunque, al di là di questa questione, va preso il toro per le corna e reimpostata la strategia di soluzione. Io dico nel giro di pochi mesi. È la sfida che attende chiunque abbia a cuore non il potere ma il futuro della nostra comunità. E va fatta anche per concludere la lunga fase delle faide che rischiano di mettere in ginocchio una città che invece ha potenzialità notevoli che attendono di essere messe a sistema nel più largo contesto.